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R Recensione

7/10

William Tyler

Modern Country

Spazialità, respiro, direzionalità. William Tyler infonde di tutte e tre le qualità il nuovo “Modern Country”, programmatico fin dal titolo. Tra questo e il precedente “The Impossible Truth”, l’Ep rivelatore “Lost Colony”, che allargava il registro american primitivism dell’esordio con ampie vedute elettriche ed imprevisti innesti kraut, lasciando il gusto non di un casuale tentativo di ibridazione, quanto di una precisa volontà sincretista, un tentativo consapevole di allargare gli orizzonti di un genere tutto da esplorare. Così, se da una parte il purismo in fingerpicking continua oggi a rivelarsi fertile (si pensi al lavoro di Glenn Jones), dall’altra lo sguardo di Tyler si rivolge ai campi dilatati prefigurati in una “Karussell”, facendo dell’elemento kraut, come di quello più genericamente ambient, una componente fondamentale (kraut-american primitivism?) del suo “paese moderno”.

Spazialità e respiro, dunque. Le tessiture dei brani sono a maglie larghe, vivono di fluttuazioni lunghe, di tempi allargati, come in “Highway Anxiety”, che scorre lungo le distese di chitarra in riverbero a cui si accostano rintocchi di pianoforte e un rotondo borbottio di basso, il tutto destinato ad innescare un flusso di vibrazioni sintetiche alla Brian Eno/Cluster, se non fosse per quel drumming simile al clangore delle rotaie e quella slide che ci riporta alle ambientazioni country. E certo, il cuore folk di Tyler continua a battere nelle bellissime “Kingdom of Jones” e “Sunken Garden”, delicatezze di intarsi acustici e senso melodico, ma lo spirito che prevale è quello della contaminazione. Accompagnandosi a gente come Phil Cook (Megafaun), Glenn Kotche (Wilco) e Darin Gray (al basso per Jim O’Rourke e Dazzling Killmen) c’era da aspettarselo. Così “I’m Gonna Live Forever (if It Kills Me)” è folk circolare e arioso ma irrigidito in ritmiche meccaniche e progressivi addensamenti di suono, “Gone Clear” è un notturno onirico che si avvita in spire circolari per poi -dopo un netto cambio di registro- collassare in un loop luminescente di chiara matrice Reichiana, “The Great Unwind” è vedutismo bucolico imbastardito da chitarre distorte lasciate a scaricare le loro dosi di feedback e manipolazioni in delay, per poi ripartire sulla linea di un synth krauto e di un motorik à la Neu!.

L’America di Tyler sfuma in tonalità tenui, si dissolve in una vaporosa e sonnolenta meditazione. Un’America più immaginata che reale, il “paese moderno” è una creatura onirica, astratta, che offre pochi appigli terreni (se non a loro volta idealizzati). Direzionalità, si diceva, perché “A Modern Country” segue con convinzione una strada precisa, riuscendo ad inscenare un dialogo credibile ed inusuale tra radici profonde e presenti ovattati, della stessa consistenza di un dormiveglia. Il paese reale sta quindi a metà tra la veglia e il sonno, in quell’anfratto indistinto dove ogni cosa può precipitare da uno stato all’altro, dalla realtà all’irrealtà. Lasciare intatto questo precario equilibrio è una delle doti maggiori di questo lavoro.

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