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R Recensione

6,5/10

A Perfect Circle

Eat The Elephant

You were never an island

Il ritorno sulle scene di una band mediaticamente incoronata come importante – soprassederemo in questa sede su cosa davvero significhi “importante” e sui motivi che stanno a monte del dato giudizio – viene quasi sempre percepito dall’opinione pubblica come il grado ultimo della polarizzazione del gusto personale: si parla di comeback in grande stile o di completi buchi nell’acqua, tertium non datur. Accade così che le fazioni opposte si scontrino, si azzuffino, si accapiglino fino alla morte sui massimi sistemi, ignorando l’universo di sfumature intermedie che possono intercorrere fra i due estremi. La seconda, non sorprendente discesa in campo degli A Perfect Circle – completamento discografico del percorso iniziato con la prima reunion del 2010 e il rilascio del singolo “By And Down” tre anni più tardi – viene riassorbita precisamente in questo drastico sistema dialettico a due uscite: chi è rimasto entusiasta, chi ha voltato schifato la testa dall’altra parte. Un sommo peccato: perché, pur essendo molto lontano dai crismi della memorabilità, “Eat The Elephant” è lavoro complesso e sfaccettato su cui è doveroso spendere alcune riflessioni ponderate.

La prima annotazione imposta dall’ascolto del disco riguarda, inevitabilmente, la parabola stilistica di Maynard James Keenan, i cui Tool stanno finalmente per dare alla luce il travagliato successore del buon “10,000 Days” (2006). Certo, tarare su Keenan l’evoluzione degli A Perfect Circle, da sempre sostanzialmente un laboratorio di scrittura del chitarrista Billy Howerdel, non era metodologicamente affidabile al tempo di “Mer De Noms” e “Thirteenth Step” (splendidi dischi di post-hard-grunge novantiano)  e – a maggior ragione – non lo è ora, oggi che l’allucinato profeta di “Ænima” e “Lateralus” è diventato l’apprezzato imprenditore vinicolo e l’incarnazione artistica suprema dei Puscifer: pur tuttavia, il fattore “voce” ricopre un ruolo essenziale sia nel corretto giudizio globale di “Eat The Elephant”, sia nella valutazione a priori delle conseguenze che si potrebbero ripercuotere sulla successiva produzione di Keenan. Maynard oggi esercita un controllo quasi borghese sulla propria estensione, evitando accuratamente ogni strappo, ogni esagerazione (fatta eccezione per quell’impetuoso moto di stizza che, sul finale di “The Doomed”, sembra addirittura rifarsi alla vecchissima “Hush”): le linee vocali sono qui stirate, arricciate, plasmate a mo’ di salmodie, incipriate in un piano intersecarsi di armonie e registri. L’eponima, ticchettante piano ballad che inaugura le danze prova già a sfoderare le sue armi migliori, rimanendo tuttavia anonima sullo sfondo: meglio va al polifonico prog ambientale di “Disillusioned” (echi di certi Porcupine Tree novantiani, specialmente nel ritornello in slow motion), mentre “The Contrarian” – un apparente rimando al trumpismo dilagante: “Hello, he lied / Like velvet this magician’s sleight of tongue and hand / Hello, he lied / Beware, belie his smile / As warm and calculated as heroin / Beware the Contrarian” – si contorce in una futuristica glitch-gaze dalle ritmiche funeree, un’arena in cui la voce contraffatta di Maynard assorbe tratti femminei (difficile non fare il collegamento con lo stacco centrale di “The Pot”).

Conservazione e passo medio, dunque. Il che significa, implicitamente, un significativo rimodellamento del parco strumentale o, per meglio dire, del peso specifico di ogni strumento. Le chitarre vengono spesso oscurate dai pianoforti, dalle tastiere, dall’elettronica: quando presenti, difficilmente debordano, rinunciando a quel proscenio che quindici anni fa avrebbero rivendicato a gran voce. È stato citato fuggevolmente il prog: manca un’etichetta migliore per definire “Eat The Elephant”, specialmente nel continuo ricorso alla stratificazione, nel battente moltiplicarsi del dettaglio. Anche i passaggi più aggressivi lavorano con strumenti diversi, più fini ed elaborati. “The Doomed”, il cui grande e dolorosissimo testo rovescia nell’abisso la confortante prospettiva messianica del Discorso della montagna, lavorando di fino su allitterazioni e gabbie fonetiche pesanti come il piombo (“What of the pious, the pure of heart, the peaceful? / What of the meek, the mourning, and the merciful? / What of the righteous? What of the charitable? / What of the truthful, the dutiful, the decent?”), è un heavy rock enfio e marziale che sfocia beffardamente in un candido ritornello per sola voce e xilofono. “TalkTalk” concentra la cubatura elettrica nei raccordi fra le strofe, prediligendo tuttavia una curiosa andatura da ‘80s rock. In mezzo, la deliziosa serpentina di chitarra di “So Long, And Thanks For All The Fish” – qualcosa tra gli Smashing Pumpkins di “Mellon Collie” e i Motorpsycho di “Blissard” – sporca di slacker un brano essenzialmente (synth) pop rock: “Feathers” vola sulle ali di un intenso afflato lirico e “Delicious”, infine, porta a galla tutto l’amore di Howerdel per i Cure, in un pezzo incrostato di inedite ruvidità southern.

Solo ad enumerare le influenze – dirette o indirette – riflesse dalla plumbea patina meditabonda di “Eat The Elephant”, insomma, ci si rende ben conto che si tratta di un disco lontanissimo da quella monodimensionalità e da quel piattume additati da una certa parte di stampa di settore. E però porgere attentamente l’orecchio e armarsi di pazienza è, di fatto, un diktat camuffato, pena il rimanere in superficie e il perdere contatto con la vera anima del lavoro: tant’è che, già dopo qualche giro di giostra, degli episodi manifestamente più appariscenti (il chiassoso industrial di “Hourglass”, l’oscura frammentazione trip hop di una “Get The Lead Out” più pusciferiana dei Puscifer) si ricorda la veste e non la sostanza. Anche per questo, “Eat The Elephant” non è un disco “migliore” o “peggiore” dei precedenti in senso assoluto: è solo molto diverso – così come il 2018 non ha (quasi) nulla a che spartire col 2000 o col 2003, esteticamente ed ideologicamente.

Quindici anni di iato potevano essere ripagati in altra maniera? Probabilmente sì. Potrebbe esistere un universo parallelo in cui gli A Perfect Circle suonano ancora come la band di “Judith”? Probabilmente no. Tanto basti.

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