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R Recensione

9/10

Bilal

Airtight's Revenge

- Lui chi è

Bilal Sayeed Oliver nasce a Philadelphia il 23 agosto 1979, da madre cristiana e padre musulmano ortodosso. Già questo particolare condurrebbe ad agili/fallaci congetture circa la natura bipolare della sua musica e della sua attitude, ma preferiamo sorvolare per rispetto verso chi lo psicologo lo fa di mestiere. Quel che importa sono le conseguenze dirette sulla formazione del piccolo Bilal: grazie alla madre, che diligentemente lo porta in chiesa e gli fa masticare i Vangeli, entra in contatto con la musica sacra, tanto che di quella piccola chiesetta diventerà, a undici anni, direttore del coro; all'opposto (e secondo un copione prestabilito che vuole il soul singer eternamente dibattuto fra sacro e profano), il padre lo introduce nei jazz club della città dell'amore fraterno, instillandogli la passione per le partiture di Art Blakey e Quincy Jones. Per ironia della sorte, è proprio il papà a disapprovare la montante infatuazione di Oliver per la musica secolare, ma ciò non impedisce a quest'ultimo, fresco di diploma, di trasferirsi nella Grande Mela e studiare alla New School for Jazz and Contemporary Music. A New York, città meticcia nonché lorda di stimoli artistici, Bilal può spaziare negli ascolti, che ora (siamo nel 1999) vanno dall'opera all'hip-hop. E' lì che il ragazzo ha la possibilità "logistica" di coltivare l'amicizia con un gruppo di artisti locali meglio noto come Soulquarians, collettivo destinato a segnare tanto la carriera di Bilal quanto le sorti della musica nera d'inizio millennio.

Chi ben comincia è già a metà dell'opera. “1st Born Second” (2001, Interscope), debutto tra i più stravaganti di sempre in campo nu-soul, vede sfilare personaggi del calibro di J Dilla, Dr. Dre, ?uestlove, James Poyser (anch'egli membro dei The Roots e altro produttore-chiave per l'intera scena nu-soul), Raphael Saadiq, Common e un po' tutto il giro Soulquarians. L'album è bello (e) confuso come ci si aspetta da un astro nascente che ancora deve scegliere il suo posto nel firmamento black, ma perlomeno trova il conforto della classifica (trentunesima posizione nella chart generalista, decima in quella R&B/Hip-Hop) e della critica (da Spin: “This sounds like it should have come with a complimentary bottle of Kama Sutra oil...”), con la sensuale ballad Soul Sista (18° posto R&B) e lo sconcertante affresco urbano “post-Miles Davis elettrico” Second Child a brillare di una luce tutta peculiare.

 In realtà Bilal ha cominciato a farsi notare già l'anno precedente, prestando l'ugola a ben tre brani di “Like Water For Chocolate” (Common) e dando così inizio a una carriera parallela che, per quantità e qualità, è tale da porlo quale vero e proprio maestro dell'arte del featuring. Qualche nome? Oltre a Common, cui il nostro ha concesso i suoi servigi per il record di ben undici volte, basti citare Beyoncé, Musiq Soulchild, Tweet, The Roots, Erykah Badu, The Game, Sa-Ra, Jay-Z, Solange, Georgia Anne Muldrow, nonché l'amico/collaboratore/pianista jazz Robert Glasper (altra figura tutt'altro che marginale nel panorama nu-soul dell'ultimo decennio). Ancora insoddisfatti? Allora leggetevi questa bella disamina che chiarisce il concetto, passando al microscopio alcune fra le più significative “ospitate” di mister Oliver:

http://www.popmatters.com/pm/column/152722-featuring-bilal/

Nel frattempo Bilal comincia a scrivere, meditando sulla piega da dare al sophomore. Le registrazioni durano quasi tre anni, con l'artista che fa ricorso come non mai al live playing. E a questo punto si fa macroscopica la divergenza di vedute con la Interscope: l'idea della label è di affidare Bilal a un fottio di produttori esterni; lui vuole autonomia e pretende di produrre il disco da solo, tutt'al più con l'apporto di un paio di collaboratori fidati (alla fine alla console siederà soltanto lui, fatta salva l'intrusione di Nottz per Something To Hold On). A incancrenire la situazione, ecco il pasticcio. Siamo nel 2006: il disco, fermo ai box per il missaggio, finisce in rete non si sa come, con notevole incazzatura dello stesso Bilal e soprattutto di una Interscope già scettica sul suo potenziale commerciale. 

Nonostante il nostro lo difenda con le unghie e coi denti, per la major la soluzione più giusta (!) rimane l'accantonamento del progetto, col risultato di rendere “Love For Sale” il lost album per eccellenza dell'epopea nu-soul. Bilal è distrutto, ma l'apprezzamento dei fan (miracoli del peer to peer!) gli consente di mettere in piedi un tour oserei dire senza precedenti (almeno nella storia del pop moderno), dato che l'oggetto della promozione è un disco fantasma, mai uscito ufficialmente. Non pensiate però a un Bilal riappacificato col mondo discografico: troncato il rapporto con la Interscope il capoccia di Philly cerca nuove strade attraverso cui diffondere la sua arte, privilegiando le collaborazioni con artisti di area hip-hop. Tra un concerto e l'altro, oberato da problemi personali/professionali di varia natura, eccolo chiudersi nelle sue stanze, oscure come si conviene a ogni genietto incompreso, meditando vendetta.

- La vendetta è un piatto che va servito e basta

Ovviamente si esagera, l'avete capito. E di certo i panni di una Beatrix Kiddo non si addicono a chi ha fatto della stravaganza in low-profile (ah, essere schivi e stilosi al contempo!) un marchio di fabbrica. Eppure lo scatto in copertina dice più di mille parole sul desiderio di rivalsa che cova nell'animo di quest'uomo: in posa a ricalcare la celeberrima immagine di Malcolm X che scosta la tenda e sbircia dalla finestra con una carabina in mano (fra l'altro ripresa paro paro più di due decenni prima dai Boogie Down Productions), Bilal è l'artista “armato” di microfono e appostato dietro alla tenda cremisi del palcoscenico. La sua missione? Ripresentarsi al pubblico “by all means necessary”.

L'effetto immediato di "Airtight's Revenge" (2010, Plug Research) è che obbliga a ripensare, almeno entro certi parametri, le planimetrie, le geografie, oserei dire i codici consolidati di un intero (sotto)genere musicale. A scanso di equivoci: non si sta parlando di azzeramenti stilistici, di virate a 180° o di un tabula rasa che smantelli la black per ricostruirla dalle fondamenta. No, no, e ancora no. I legami con la tradizione restano quasi sempre in bella evidenza (specie nella ballad Little One, pure candidata a un Grammy), se non addirittura fondanti. Eppure, come in “Voodoo” e “The ArchAndroid”, sono la peculiarità della visione, l'originalità di pensiero, a tratteggiare nuove coordinate, nuovi mondi possibili. Allora come definirne il contenuto, possibilmente senza ricorrere al generalizzante black music? In soldoni: quale genere propone ora Bilal? Avant-r&b? Progressive nu-soul? Chiamiamolo come più ci garba, ma è qualcosa di troppo “diverso” per ricadere a peso morto nel calderone di riferimento. Non per nulla il disco esce per l'indipendente Plug Research, etichetta losangelina specializzata in hip-hop sperimentale ed elettronica per la quale hanno inciso, fra gli altri, Flying Lotus e Dntel.

Basta ascoltare Levels, giusto a metà programma, per toccare con mano l'alterità di questa musica rispetto a ogni altra manifestazione black odierna (almeno a quelle che ci sono giunte all'orecchio): da una parte la stranezza ritmica post-IDM, brulicante fascio di nervi a cui si aggiungono contrabbasso e batteria jazz; dall'altro una linea melodica minacciosa/operistica scandita dal pianoforte (l'accordo diminuito iniziale è già tutto un programma) su cui Bilal teatralizza come un Peter Hammill confinato in una catacomba. Il precario/sublime equilibrio collassa magnificamente nei chorus, frenetici a dir poco, dove chitarre elettriche e synth disegnano un refrain dalle tinte progressive, per poi andare alla deriva accartocciandosi, frattale, in figure sempre più rumorose, convulse. Non esattamente il tipico brano a cui ci hanno abituato i veterani nu-soul, insomma. Ma poi, cosa dire di una The Dollar nella quale pare d'ascoltare lo Sly Stone più nichilista remixato dai Matmos? O ancora dell'atmosfera espressionista (quasi “berlinese”, e avete capito a chi mi riferisco) che informa Flying, apocalittica torch song accompagnata da sinistri ronzii, cori funerei e squarci di pianismo atonale? E l'incubo cyber-distopico Robots, dove lo mettiamo?

Siamo di fronte ad esemplari rari, rarissimi. Oserei dire unici. Eppure a caratterizzare l'opera non sono soltanto la densità delle texture, la rilettura in senso progressive del nu-soul o il flirt con l'elettronica più sperimentale (tutte cose già sconvolgenti di per sé, intendiamoci): a imporsi è l'eccentricità del Bilal musicista (sue quasi tutte le parti di tastiere, synth, pianoforte), produttore, compositore, arrangiatore e cantante.

Giova, a questo punto, ricordare alcuni tratti distintivi del sound o prassi ricorrenti in sede di registrazione. In primis una batteria "multiforme" e dal suono estremamente compresso, “lavorato” da Oliver e dal co-produttore (nonché batterista) Steve McKie con perizia maniacale affinché ogni componente dello strumento abbia una diversa collocazione spaziale, diverso volume e consistenza timbrica innaturale. Nel caso dell'iniziale Cake And Eat It Too la parte di batteria è slabbrata, caracollante (e in queste imprecisioni millimetriche non può non ricordare il modus operandi di ?uestlove e D'Angelo), laddove nella marziale All Matter la stratificazione sembra procedere in senso verticale, culminando nel charleston che irrompe a sprazzi con la precisione e la furia di un rasoio; discorso a parte meriterebbe The Dollar, foresta impenetrabile di controtempi e soluzioni anti-ritmiche. Altra costante sono le partiture per due chitarre, organizzate sovente in trame scheletriche, singhiozzanti e melmose, come una “devoluzione” cubista degli staccato funk (Cake And Eat It Too, la stessa The Dollar) o istantanee di geometrico dualismo, articolato sulla complementarietà dei pattern melodici (ancora All Matter).

La voce, dalla pasta già assai caratteristica, ha raggiunto livelli di espressività da far spavento: può gingillarsi con vezzi crooning o innalzarsi in falsetti paranoici, ma evita con destrezza acrobazie e melismi stantii per votarsi, invece, alla canzone, assecondandone il mood. Bilal canta come se ogni sillaba fosse l'ultima concessagli, come se la dizione di ogni parola dovesse schiacciarlo o redimerlo. Le sue storie, ora come non mai, pullulano di luoghi immondi, dolore, devastazione, speranza: “Il concept dietro questo album era soltanto di scrivere brevi storie e “dark tales” che trattassero della vita in generale. Ho attinto a più riprese dalle mie stesse esperienze, ma ho anche lavorato di fantasia e cercato di fare alcune osservazioni da un punto di vista che ancora contemplasse l'amore”. Ecco spiegate le divagazioni sulla chimica dei sentimenti (All Matter), le asciutte riflessioni autobiografiche (Little One, Move On), ma anche visioni apocalittiche sul collasso della civiltà (Robots, parimenti influenzato da George Orwell e Don DeLillo), squarci di degrado metropolitano (The Dollar), fiabe crudeli e grottesche (Flying), flussi di coscienza in cui la ricerca del proprio io attinge a profezie e mitologia (Who Are You).

Va detto che, in Bilal, l'autore e il musicista si rafforzano a vicenda. I suoi trascorsi accademici lo portano a ragionare assai liberamente sul formato canzone, consentendogli di eroderne le strutture dall'interno: ne deriva una spiccata predilezione per disegni melodici “aperti”, congegnati in modo da abolire o rendere quasi impercettibile il susseguirsi delle parti. Anche quando il proposito è di attenersi a una struttura tradizionale, la sua indole lo porta a forzare il dato formale, accentuando ora la struttura circolare della song (il groove malinconico di Move On), ora le sezioni intermedie o bridge (il soul rock 2.0 di Restart), quando non ad esasperare il parossismo delle ambientazioni (Robots, fra cataclismi electro e chitarre ipersature alla Adrian Belew). Soltanto in un caso (Little One, lettera al figlio maggiore affetto da autismo) ci si abbandona alla purezza dell'organico classico, alla semplicità del gesto, e le lacrime scorrono a fiotti perché raramente si era ascoltato un uomo (un padre) cantare, col cuore in mano, parole irrorate di sentimento ma scevre da sentimentalismi.

Con l'uno-due finale l'urgenza modernista si concilia con scampoli folk e country, adempiendo al destino ultimo di fil rouge tra arcaico e futuristico. Già, perchè se la conclusiva Think It Over (sorta di girotondo minimalista tutto archi pizzicati, tastierine e chitarre acustiche “trattate” da 88 Keys) brilla di una luce senza tempo, le tecniche produttive del dub prestate ai sei minuti di Who Are You generano una space ballad che fluisce, inarrestabile e mai uguale a se stessa, in un crescendo emotivo con pochi pari nella popular degli ultimi due decenni (per non dire del soul tutto). Ascoltarla - così come ascoltare ogni singolo secondo di "Airtight's Revenge" - frantuma ogni dubbio residuo circa la grandezza di questo artista, e per di più fa godere.

- You don't even have to try, all you have to do is realize

C'è una cosa di cui forse Bilal non ha tenuto conto nel “ripresentarsi in proprio” dopo quasi due lustri, e questa cosa è la concorrenza. Anno domini 2010: a dominare chart e immaginari black sono l'Usher di “Raymond V. Raymond”, il primo mixtape di Drake, la conferma The-Dream con la terza uscita “Love King”, nonché un post-classicista come Ce Lo Green che sbanca ai singoli con Fuck You e piazza un buon successo col long playing “The Lady Killer”. E' anche l'anno nel quale Kelis “tradisce la causa” e prende atto della svolta euro del mainstream americano, smettendo i panni R&B per sfoggiare costumi italo-disco, house e dance elettronica: “Flesh Tone” è una discreta bomba, ma il pubblico della diva gradisce poco e concede al disco giusto una rapida comparsata ai piani bassi della Top 50 (farà molto meglio in UK ed Europa, come da consuetudine per Kelis). Soprattutto, è a due colossi come “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” di Kanye West e “The ArchAndroid” di Janelle Monàe che si riconosce il merito di aver unito pubblico (chi più chi meno) e critica, cementando l'ennesima “cotta” del mondo indie per la musica nera.

Poi ci sono i “comeback” dei mostri sacri, e qui entra in gioco Bilal. Il primo – anche se definirlo “ritorno” è solo una mezza verità - è quello di Erykah Badu con “New Amerykah Pt.2”, a seguito del primo capitolo pubblicato due anni prima. Bilal affianca Erykah e Lil' Wayne nel brano Jump Up In The Air (Stay There) che sarebbe dovuto uscire come primo singolo, ma essendo stato “leakato” con largo anticipo (quando si dice la sfiga) viene messo da parte in favore di Window Seat. Altra carrambata – più simbolica che altro - è quella di Gil Scott-Heron, ispirazione spesso decisiva per l'intero movimento nu-soul, ripresentatosi dopo sedici anni di totale oscurità con un disco chiacchierato e dimenticabile. E poi, finalmente, c'è “Airtight's Revenge”. Per far capire quanto l'album passi in sordina, nonostante gli entusiasmi dei pochi (il sempre interessante Andy Kellman di Allmusic) a decantarne le lodi, basti il fatto che Pitchfork, Rolling Stone e NME nemmeno lo recensiscono. Altrettanto deludenti gli esiti commerciali, col disco che manca di poco la Top 20 R&B/Hip-Hop e debutta al 106° posto della classifica generalista. L'attenuante generica dei nove anni di silenzio (un'eternità se paragonati ai tempi febbrili a cui la pop music ci ha abituato) ci sta tutta, ma a pesare sono piuttosto la peculiarità del materiale e l'ormai generalizzato disinteresse del pubblico americano verso il nu-soul, quando non la vera e propria crisi d'identità che il genere stesso sta attraversando da anni.

Sotto questo secondo aspetto, il discorso è quanto mai limpido: l'epoca d'oro alla quale Kedar Massenburg guardava come ai nuovi '70s, ma che ha dato i suoi frutti migliori nel momento in cui la silhouette del soul classico è stata catturata - e rimodellata - nelle maglie della modernità, beh, quell'epoca è finita da un pezzo. A sopravvivere sono o i veterani che hanno saputo guardare al futuro e rinunciare a parte del loro fascino retrò, “mettendosi in pari” con il continuum r&b (e quindi l'Erykah Badu di “New Amerykah Pt.1”, l'Alicia Keys degli ultimi tre album), o nuove leve (ecco la Monàe, Solange e, sotto certi aspetti, Frank Ocean) disinteressate alla preservazione del nu-soul come idioma stilistico, le quali, santino del post-moderno alla mano, preferiscono metterne in crisi il linguaggio. Certo, ci stanno le eccezioni (vedi John Legend, anche se a suo favore gioca l'essere pappa e ciccia con Mr. West), ma per un Maxwell che nel 2009 ritorna in grande stile, sbancando in classifica e ai Grammy con l'apoteosi quiet storm di “BLACKsummer's night”, vi sono decine di Van Hunt, THEESatisfaction, Rahsaan Patterson e Georgia Anne Muldrow che agiscono nell'ombra. E non è detto sia un male, ascoltati i loro dischi (cattivissima questa!).

Crediamo che la situazione non sia tanto da imputare all'incapacità dell'industria discografica nel trovare una collocazione valida a questi artisti - come invece afferma Tyler Lewis di Popmatters.com - o alla loro volontà di restare fuori dal giro mainstream a prescindere, bensì alla definitiva sostituzione, nell'immaginario collettivo americano, di uno specifico ideale soul “tradizionale” con un altro. Paradigmatico il caso Beyoncé, colei che al giorno d'oggi incarna la “signora del soul” per il pubblico generalista, più propensa a mostrarsi sotto le mentite spoglie di una nuova Whitney Houston che come nipote honoris causa di Aretha Franklin (a meno che di Aretha non si consideri la produzione anni '80). Un altro esempio per corroborare la - lapalissiana e per nulla originale - tesi? Basta ascoltarsi il 90% delle ballad (terreno fertile per i classicismi) che negli ultimi anni hanno fatto il botto nelle chart R&B. Visto che la nostra time machine ha fatto scalo nel 2010, posiamo orecchio su Everything To Me di Monica, numero uno per ben sette settimane consecutive e singolo fra i più venduti dell'anno: confezionato da Missy Elliott basandosi su generose porzioni di Silly, successo datato 1981 di Deniece Williams e fra le ultime manifestazioni del genio di Thom Bell, il brano è stato percepito da critica e pubblico come hit tradizionalista (e a ragione), se non fosse che per “tradizione” qui - come in migliaia di casi analoghi - s'intende non il terzinato tipico da lento soul anni '60s, né il guizzare elastico e baroccoso dell'epopea Philly, bensì il protitipo di ballata urban perfezionato anche da Monica stessa quasi due decenni fa.

Come avrete capito si sta scoprendo l'acqua calda, nel senso che il processo attraverso cui un patrimonio “tradizionale” viene soppiantato da un nuovo sistema di valori a cui attingere è fisiologico, e oltretutto nel corpus R&B questo avvicendamento è in atto da più di due decenni (anzi, dall'irrompere del new jack swing!). Altrettanto banale rilevare come lo stesso nu-soul abbia raccattato a piene mani da stili e attitudini “moderni”, o perlomeno successivi al 1980, posto che nelle sue manifestazioni più creative esso ha rappresentato qualcosa di davvero inedito, non una semplice tirata a lucido di sonorità old-fashioned. La crisi attuale, pertanto, altro non è che conseguenza implicita alla stessa natura del "genere". Nonostante la generosa esposizione mediatica e la fortuna commerciale di cui ha goduto per un - tutto sommato breve - lasso di tempo, il nu-soul è sempre stato una faccenda "di nicchia”. Non una tappa del continuum R&B: piuttosto una sua variante "artistoide", una deviazione dal sentiero. Il suo irrompere sulla scena black di metà '90s ha avuto l'effetto di creare una realtà parallela, riflesso dell'R&B in territori dove ancora vivevano lo spirito e la lettera dei soulsters dei tempi d'oro, una worldline alternativa a quella ufficiale ma paradossalmente propensa al dialogo e al confronto con quest'ultima.

L'ennesima conferma viene dallo stesso Bilal, ripresentatosi con un lavoro che definire peculiare è pochissimissimo: non è revivalista, non strizza l'occhio al mainstream, e per di più cerca ispirazione nei "posti" (il prog, l'elettronica più "out", l'art-rock) meno appetibili al pubblico delle urban radio. E stiamo sì parlando di un veterano, ma certamente non di una star come può esserlo stata D'Angelo (a proposito: uscirà mai il disco nuovo?) o come Erykah Badu è tutt'ora: a differenza di questi signori, Bilal non ha qualche milione di fan disposti a seguirlo nei suoi esperimenti (e forse non è casuale che dal vivo suoni molto più “safe” che su disco, forse per adeguarsi ai – rispettabilissimi - palati del pubblico pagante), ed il suo coraggio, alla luce di ciò, è ancora più ammirevole. Lavoro straniante e oscuro, "Airtight's Revenge", che pare rifiutare qualsivoglia catalogazione. Disco in cui l'artista ha messo tutto se stesso e al cospetto del quale può ben ipotizzarsi un'iniziale sensazione di smarrimento, tanto da parte dell'ascoltatore generalista quanto del soul aficionado. Cos'altro serve per passare alla/e storia/e della musica?

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Cas (ha votato 9 questo disco) alle 11:19 del 29 marzo 2013 ha scritto:

dici tutto tu (recensione perfetta!). io mi limito a ribadire: disco grandioso e coraggioso, stratificato, denso, totale (e totalizzante). ci si perde in una All Matter (uno dei pezzi che preferisco), come si rimane a bocca aperta ascoltando Levels (video diretto, non a caso, da Flying Lotus). Insomma, un disco capace di mettere d'accordo tutti (indie-kids, nostalgici delle sonorità Tamla-Motown, patiti di elettronica, "riccardoni" progressive...) osando però tantissimo. Un'Opera nu-soul, questa.

loson, autore, alle 13:33 del 29 marzo 2013 ha scritto:

Grazie mille Cas, speriamo che qualcuno si accorga di Bilal... Io ce la metto tutta, ma l'impresa è ardua.

sfos (ha votato 8,5 questo disco) alle 14:27 del 29 marzo 2013 ha scritto:

Disco e recensione strepitosi .Mi sorprende che sia stato quasi totalmente ignorato (è vero che chi ne ha parlato lo ha fatto solo in termini positivi, ma comunque non sono moltissimi quelli che lo hanno fatto). A scoprirlo tre anni fa l'avrei messo sicuramente al pari di un The Archandroid. Disco che si muove su un soul/r'n'b obliquo e frenetico, suonato in modo viscerale, con gli inserti eletronici relegati sullo sfondo sempre geniali. Ma ciò che più mi estasia sono le prestazioni vocali di Bilal, travolgenti. Come è travolgente quell'uragano di emozioni che è All Matter. Certi intarsi chitarristici sono degni dei Chameleons; e pur nel suo ritagliarsi uno spazio prettamente nu-soul, questo disco preannuncia anche qualche soluzione degli "sperimentatori" r'n'b di questi anni.

salvatore alle 14:30 del 29 marzo 2013 ha scritto:

Io un tentativo lo faccio perché "Who are you" è di una delicatezza e limpidezza impressionanti E', come dire, riconciliante... Se il resto è all'altezza c'è di che gioire! Bravo Mat

loson, autore, alle 14:47 del 29 marzo 2013 ha scritto:

Grazie sfos e grazie salvatore. Sal, un tentativo lo farei perchè di sicuro qualcosa che ti piace lo trovi. Forse proprio All Matter o Little One, Think It Over, Move On... Magari col tempo riesci ad apprezzare anche il resto, chissà... Poi lui, come dice sfos, è davvero molto intenso e personale sul piano vocale: già "sintonizzarsi" con la voce potrebbe metterti nella giusta prospettiva.

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 17:49 del 16 aprile 2013 ha scritto:

Non conosco il lavoro ma ho impiegato due minuti per decidere di recuperarlo. Direi quindi che la tua recensione (al solito, bellissima e di ampio respiro) ha funzionato alla grande, Matteo.

loson, autore, alle 19:28 del 16 aprile 2013 ha scritto:

Grazie Julian, secondo me ti piacerà assai!

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 13:59 del 24 giugno 2013 ha scritto:

Finalmente l'ho recuperato: un discone, un soul post-moderno e arty si cristallizza in una sequenza di pezzi molto, molto belli.

sfos (ha votato 8,5 questo disco) alle 12:38 del 28 luglio 2013 ha scritto:

Visto ieri sera in concerto insieme al Robert Glasper Experiment. Concerto sontuoso. Bilal è capace di tutto, una performance da pelle d'oca, con All Matter e Levels momenti più alti. Supportato da un gruppo di musicisti fenomenali che hanno dato una resa più jazz ai suoi pezzi, ha creato una sorta di flusso di coscienza da perderci i sensi. Indimenticabile, grazie Bilal.

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 10:18 del 14 settembre 2015 ha scritto:

Buon compleanno "Airtight's Revenge"! Cinque anni precisi dalla pubblicazione, oggi.