Chad VanGaalen
Diaper Island
Per uno come me a cui sono sempre piaciuti i personaggi marginali, volutamente fuori dai riflettori, solitari, sfuggenti ma in fondo naturalissimi, e magari con un tocco di genialità, Chad VanGaalen è un grande. Abita dalle parti di Calgary, registra nella cantina di casa, scrive, suona, produce da solo i suoi dischi, ne disegna le copertine, si costruisce strumenti assurdi usando aggeggi domestici e pezzi di scarto, ha i modi del nerd e la camicia di flanella, e non sbaglia un colpo. “Diaper Island”, il suo quarto lavoro, per giunta, conferma che gli riescono canzoni sempre più belle.
Il disco è senz’altro il più rock di VanGaalen, e il più ruvido. Il lavoro di produzione sull’ultimo (ottimo) album degli amici Women lascia evidenti tracce nel suono grezzo delle chitarre, stabili su toni bassi, e nelle venature psichedeliche dei loro fraseggi, su uno sfondo non ripulito da echi, fruscii e dall’ombrosità del gain, con un'impressione che però non è di no-fi, anzi: per la prima volta, VanGaalen si registra su un multitracce. Se con gli album precedenti, allora, si vagava in territori art-pop giocosi, e per lo più a tinte vivaci, comunque su luci sovresposte, qui affiora un’americanità rootsy inedita e dai colori seppia: la voce, riverberata spesso, arretra in secondo piano, lasciando in vetrina le stilettate ruggine di chitarra. Effetto da Pavement sfocati, nella tormenta, gioventù sonica pop, su fedeltà basse non per artificio.
Gemme autentiche, dove la forza sta nei riff trascinanti e nelle melodie vocali, sono “Replace Me” («I need someone, someone to replace me, to stand right here burning in these flames»: dieci più), “Burning Photographs” e “Blonde Hash”, che affoga pennatone tra stoner e desertic blues in un mare di cembali e riverberi. Da essere ‘grande’, in questi frangenti, Chad passa a essere ‘il migliore’. E poco meno quando ciondola nelle sue ballad su carta vetrata (“Sarah”), magari alienate da intermezzi di flauto (“Wandering Stars”), fisarmonica e armonica (il folk profondo di “Heavy Stones”).
Meno centrati, alla fine, risultano solo i pezzi che cercano la psichedelia svirgolata e un po’ dada, fino alla cacofonia (“Freedom For A Police Man”, soprattutto “Can You Believe It?”), ma sono dettagli in un disco di 12 pezzi, con tanto di sei outtakes mediamente fighi spostati su un ep (“Your Tan Looks Supernatural”) i cui proventi saranno devoluti alla Croce Rossa per aiutare la popolazione giapponese post-tsunami. Qui lo si ascolta e compra.
7/8. Il suo disco migliore.
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