Chelsea Wolfe
Apokalypsis
«Goth-folk-experimental stuff; spiritual realm funeral songs with a hint of Estonian industrial». Ecco, meglio che a definirsi sia lei stessa, Chelsea Wolfe, la ragazza senza occhi sulla copertina di questo disco non-disco (finora reperibile solo in mp3 dal suo bandcamp). Perché questa è roba che scotta, e che sa di una profondità a cui è difficile dare un nome. L’atmosfera, però, c’è. La si tocca. Rock che puzza di deserti – siamo in California – e di morte, di terre desolate e sudore. Come una PJ Harvey primitiva, o una Scout Niblett in versione doom.
A me, per inciso, piace da morire (appunto). Al di là dei trenta secondi di delirio horror-paranoico di “Primal/Carnal”, tutto è rock grezzo e spartano, che però procede sempre in punta di nota, senza mai pestare, avvolgendosi piuttosto in scure spire psichedeliche. “Mer” si insinua tarantolata, “Demons” posseduta, “Moses” potrebbe piacere ai nostri funebri Father Murphy. La produzione molto simil-live e la voce calda della Wolfe impediscono che i toni si raffreddino. Anzi: si brucia. Anche nelle tregue, come in quella dolce – ma di una dolcezza dolente – di “Tracks (Tall Bodies)”.
«Burning like the sun» intona Chelsea, assieme ai compagni di band, alla fine di “Moses”. In alcuni abissi del disco, però, il sole non ci arriva proprio: “Movie Screen”, che sembra costruita, soprattutto nel primo minuto (experimental-ambient-doom?), per fare da colonna sonora a un’inumazione, fa vibrare nel midollo, e non è un caso se viene da pensare a una Beth Gibbons abbandonata nella valle della morte. Eccellente, anche perché la Wolfe riesce a scartavetrare melodie pure da questi grumi secchi di chitarre sanguinanti e disturbi di organo. Se non vengono i brividi vuol dire che si è già morti.
Lancinanti gli strappi di synth e beat affilati che scarnificano “The Wasteland”, uno degli ultimi pezzi scritti per il disco: se questa, più macchiata di elettronica e lavorata in studio, è la nuova direzione verso cui sta procedendo Chelsea Wolfe, c’è da dichiararle già ora amore eterno. Stesso discorso per i sette minuti suicidi di “Pale On Pale”, vero requiem profondo-americano, da Tiny Vipers rifatta dagli Swans. Apocalissi profonda. E buonanotte.
Qui il disco per intero. Qui e nelle viscere.
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