R Recensione

9/10

Kate Bush

The Kick Inside

Tre premesse

 

Cominciamo con le tre osservazioni più schiaccianti. Prima di tutto, Kate Bush non sa proprio scrivere canzoni normali. O meglio, non vuole proprio farlo: almeno, non nel 1978. Le sue melodie strumentali evitano tutto ciò che possa vagamente assomigliare ad un cliché: motivetti, sequenze di accordi prevedibili, tutta quanta l’esperienza che la musica popolare ha immagazzinato per più di due decadi. Le sue linee vocali seguono lo stesso schema, e sono incatalogabili – troppo jazzy per essere pop, troppo classicheggianti per essere jazzy, e troppo pop per essere classiche. Certo, tracciano anche dei motivetti, ma per accorgersene bisogna davvero rivedere la classica definizione di “motivetto” pop.

In secondo luogo, Kate Bush ha poco da dire. I suoi testi sembrano stranamente profondi a un primo ascolto, ma una volta che si comincia ad analizzarli, beh, ci si accorge che è tutta una passerella di romanticismo standard – con numerose deviazioni, sicuramente, ma Kate non è certo il profeta Isaia. E c’era da aspettarselo: la ragazza all’epoca era solo diciannovenne. Nemmeno un enfant prodige della sua statura poteva aver assimilato al meglio Kant o Camus: per il momento, Emily Bronte era più che sufficiente.

Terzo, il cantato di Kate, specie su questo disco, fa davvero incazzare un sacco di gente che conosco: l’avviso ve l’ho dato. Uno stridulo soprano può davvero risultare indisponente se non siete nell’umore di accoglierlo, non importa quale musica ci sia sotto. Immaginate una persona che mette cinque cucchiaini di zucchero nella sua minuscola tazza di caffè. Vi spaventereste, forse. Ora immaginate che quella persona ne aggiunga altri dieci, e avete ottenuto la consistenza esatta della voce di Kate Bush in “The Kick Inside”. C’è un punto in cui la dolcezza deborda dai confini della sua definizione e diventa qualcosa di seriamente diverso. Se sia carbone o metallo prezioso, sta a voi deciderlo.

 

I pezzi del puzzle

 

Avrete pensato che questi tre punti fossero difetti. Ripensateci: chi diavolo scriveva, nel 1978, “normali” canzoni con testi filosofici e un cantato perfettamente moderato? Ve lo dico io: gli Styx! Ma per fortuna qui siamo davvero agli antipodi. Questo è a mio parere il secondo album più importante dell’anno, dietro a “Before And After Science” di Brian Eno. Imitatissimo dal momento della sua uscita, ma mai sorpassato – forse nemmeno avvicinato, nemmeno da Tori Amos.

 

Kate, spinta all’azione da David Gilmour (la miglior cosa che il chitarrista abbia mai combinato insieme al suo assolo in “Time”), aveva già conquistato le classifiche con “Wuthering Heights” prima di entrare in studio per registrare il suo debutto, ma gran parte del materiale che lo compone era già stato concepito e perfezionato da qualche anno. Sorvolo volutamente su come Kate fosse tra le prime artiste femminili a imporsi come serie compositrici di musica art-rock, anche se è certamente una cosa importante. La cosa più importante, tuttavia, è che fu la donna che - se mi è concesso dirlo – mise davvero l’“art” nell’art-rock, o art-pop che dir si voglia. “Arte” intesa in un modo molto tradizionale, da diciannovesimo secolo; “arte” come la idealizzarono i romantici dei vecchi tempi.

 

Una volta che avete compreso questo, il puzzle è completo. Le melodie strumentali non hanno alcun bisogno di essere orecchiabili. Sono lì solo per l’atmosfera: passaggi jazzati lunatici, una specie di fusione tra Elton John e gli Steely Dan di “Aja”, alternati con miti arrangiamenti sinfonici. Non c’è bisogno di memorizzare le melodie del cantato di Kate, perché dovete assaporarle mentre vengono eseguite, come se foste all’Opera. E se i testi non sono indecifrabili (il che non sarebbe necessariamente un male), sono certamente intelligenti: il tratteggio di ogni specie di situazione romantica, dalla pura passione sensuale di “Moving” e “Feel It” agli spettrali riferimenti a “Cime Tempestose”, è certamente un unicum nella poesia rock, che piaccia o no. “You crush the lily in my soul”: Madonna sarebbe stata troppo stupida per alzarsi a concepirlo, Joni Mitchell troppo orgogliosa per abbassarsi a scriverlo, ma per Kate, beh, l’altezza è proprio quella giusta.

 

La voce. Non fa forse parte, anche questa, del numero? È teatro, e questa è la voce di una vera attrice; una voce ordinaria avrebbe rovinato l’intero effetto finale, su questo non c’è dubbio. E la sua efficacia! Vedete, “The Kick Inside” non è un concept album, formalmente. Ma tutte le canzoni sono in qualche modo unite da un’unica prospettiva – e la prospettiva, così come la vedo io, è quella di una dotata quattordicenne vittoriana ben educata, dalle buone letture e dalle buone maniere, dal buon vocabolario e da un ottimismo romantico e ingenuamente speranzoso, che vive da qualche parte in mezzo a dei verdi campi in un antichissimo feudo di famiglia. Non che, ovviamente, il ritratto sia quello spiccicato di Kate: è semplicemente il suo immaginario, il suo mondo di fantasia, un mondo immaginato e realizzato in modo molto migliore di quello dei “topographic oceans” degli Yes o del “village green” dei Kinks, più vicino a quello dei Genesis del biennio 1972-1973 (una coincidenza che le collaborazioni più fruttuose siano state quelle con Peter Gabriel?). E, ritornando alla voce della Nostra, il suo stridulo timbro adolescenziale è esattamente quello che ci vuole per sistemare l’ultimo frammento del puzzle e dargli magicamente vita.

 

Conclusione

 

The Kick Inside” è uno di quegli album che potrei ascoltare per giorni, e scoprirvi qualcosa di nuovo ogni volta. Non mi spingerò così in là da dire che è perfetto, ma nessuna delle canzoni è sprecata, nemmeno “James And The Cold Gun”, che sembra essere messa lì solo per dimostrare che Kate Bush può anche rockeggiare, se lo vuole.

 E se pensate che io sia riuscito ad inquadrare quest’album abbastanza bene, vi sbagliate. Per inquadrarlo decentemente bisognerebbe scriverci su una tesi di dottorato.

V Voti

Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 8 voti.
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Nucifeno 8,5/10
Cas 8/10

C Commenti

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Nucifeno (ha votato 8,5 questo disco) alle 11:54 del 20 settembre 2013 ha scritto:

Discone!

ROX alle 11:57 del 2 giugno 2014 ha scritto:

L'inizio della favola