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R Recensione

6,5/10

Kayo Dot

Blasphemy

Tra i geni, i grandi artisti e i mediocri mestieranti, Toby Driver gioca da sempre un campionato a parte. Conta poco, ai fini del risultato finale, enumerare tutti i progetti in cui lo si è ascoltato da protagonista o da comprimario: ogni volta è una nuova narrazione, ogni volta si riparte da zero, come se (quasi) niente fosse successo prima e non si abbia contezza alcuna di cosa succederà in futuro. Così, dopo un’estatica terza uscita solista di emozionante rigore neoclassico (“They Are The Shield”) e l’acclamato ritorno di Stern (“Missive: Sister Ships”) e Vaura (“Sables”), negli stessi giorni in cui vengono resi disponibili per il grande pubblico di internet i brani che componevano la primissima demo dei maudlin of the Well (“Through Languid Veins”, 1996), torniamo a discutere dei Kayo Dot, ragione sociale di cui non si avevano notizie dal discreto “Plastic House On Base Of Sky” (2016). Inutile cercare analogie e punti di contatto con il recente passato: per l’ennesima volta, il nono full lengthBlasphemy” (disponibile anche in versione deluxe, con ben sei tracce aggiuntive) appartiene solamente a sé stesso e ai territori di nessuno popolati dai singoli brani. Puntuale come un orologio svizzero, si ripropone dunque la questione atavica: ma Driver ci è o ci fa?

Non sorprendentemente, è difficile persino abbozzare una risposta logicamente coerente ad una domanda così impegnativa. Certo non per il coesistere, nella stessa area vitale, di pezzi diversissimi tra loro come “Ocean Cumulonimbus” (un nostos prog-wave preda di scomposti scoppi d’ira e struggenti derive new romantic) e “Blasphemy: A Prophecy” (un massiccio recital teatrale à la Current 93 che si snoda da una dabka sintetica a presa rapidissima) – i dischi realmente estremi e inclassificabili dei Kayo Dot sono, per fortuna, altri, nel tempo e nello spazio (“Blue Lambency Downward”). Quello che “Blasphemy” aggiunge sul tavolo è, semmai, un più ambizioso disegno complessivo, un’architettura concettuale ispirata da un’allegoria fiabesca a firma Jason Byron (cofondatore dei furono motW e personalità artistica strettamente legata a Driver) dietro i cui personaggi stilizzati si nascondono metafore politiche superiori. È precisamente questa consequenzialità, finanche discreta alle soglie dell’impalpabilità, a mancare in “Blasphemy”, il cui segno distintivo sembra piuttosto la convocazione a coorte di una ricca serie di fulminanti ma discontinue intuizioni – basti ascoltare la raffinata pantomima polifonica di “The Something Opal”, un’ardita sintesi escheriana tra Japan, chanson folk e chitarrismo parametallico.

Da un certo punto in avanti, come spesso succede per le produzioni di Driver, si è praticamente costretti a mollare il colpo o, per converso, accettare di farsi travolgere dalla piena di un’ispirazione che viaggia su frequenze ancora non pienamente sondabili. Si schivano alla bell’e meglio le costruzioni più pericolanti (la transustanziazione post-Schulze-core di “An Eye For A Lie”, arcuata in un range vocale che dal vocoder arriva al falsetto, è davvero un po’ troppo), finendo risucchiati in altri vortici (“Turbine, Hook, And Haul” è un’hauntologica parata di scudi goth su cui la tromba di Tim Byrnes prima, le oblique modulazioni di Driver poi disegnano tangenti dal sinistro fascino jazzato) e incocciando infine contro la montagna sacra di “Vanishing Act In Blinding Gray”, il cui involucro balladistico si polverizza in un blocco centrale di semovente e performativa complessità armonica (l’orecchio di chi scrive, anche per il materializzarsi della doppia cassa, vi ha riscoperto echi dell’indimenticata “Gleam In Ranks”). Terribilmente ammaliante, ma di quella malia eccessiva e fuori asse che solo le radicali incompiute possono sprigionare.

L’ascoltatore casuale affermerà che, rispetto al destrutturato flusso di coscienza del predecessore, “Blasphemy” sia più brillante sotto ogni punto di vista. Potrebbe essere vero. Ma lungo quale scala possono essere paragonati due oggetti ontologicamente dissimili?

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