The Maccabees
Given to the Wild
I Maccabees: i britannicissimi indie-kids del frizzante Colour It In, quelli tutti schitarrate post-punk e ritmi serrati, quelli dei pezzi immediati e sbarazzini, seppur dotati di una profondità di vedute che faceva la differenza. Ecco, quei Maccabees non ci sono più. La ventata di art-rock/pop venato di indie che ha sferzato negli ultimi anni (Wild Beasts, ma soprattutto -in questo caso- Menomena) ha segnato profondamente i percorsi della band di Brighton, andando ad intaccare le strutture e la natura dei brani del terzo lavoro Given to the Wild, che di selvaggio -si sappia- ha poco nulla.
Domina altresì la pulizia ed un'eleganza compositiva che evidenzia l'attenzione a non caricare l'andamento dei pezzi con elementi (troppo) superflui. Il risultato sono tredici brani leggerissimi, garbati, dove le aggraziate rifiniture e cesellature non sono mai sopra le righe “limitandosi” ad abbracciare un'estetica essenziale e ricercata. L'equilibrio come mezzo e come fine, di questo di tratta. Certo, spesso l'essenzialità è più apparenza che altro: i brani sono in realtà ricchissimi e stratificati, ma non c'è nessuna ridondanza barocca, nessun eccesso vistoso. Ogni cosa è inserita con lo scopo di subordinarsi al fluire d'insieme, che è un fluire posato le cui proprietà sono disvelate lentamente.
Si prenda come primo esempio la punteggiatura compita di Glimmer: il reiterarsi di un arpeggio cristallino su cui va ad innestarsi un'armonia che vive di intrecci essenziali, di riverberi sullo sfondo, oltre che di una sessione ritmica solidissima (ottimo il lavoro di Sam Doyle alla batteria) ma sempre impegnata in un esercizio di misura. Elementi come i fiati e gli strascichi elettronici sono preziosismi tanto fondamentali quanto più riescono a non scavalcare l'ordinato equilibrio dell'insieme. La caratteristica vena anthemica della band si converte in una “dispersione” dei crescendo (una volta relegati nei chorus) risultante dall'ispessimento delle trame sonore, dalla scrittura articolatissima e complessa e da un profondo ripensamento nell'uso della voce (bravissimo Orlando Weeks per aver abbandonato un registro che pareva consolidato). Un'estetica completamente mutata, dove i sali scendi sono integrati in un discorso a tutto tondo, senza mai essere semplicemente “apici”, senza mai esaurirsi nel ruolo di climax, ma partecipando ad una complessità generale. Si prenda ad esempio Forever I've Known, con il suo ricercato lavorio chitarristico, o la splendida ballata di Ayla, o ancora l'energica Pelican: pezzi senza un vero e proprio centro, capaci di dar vita ad un'evoluzione costante, ad una lenta trasfigurazione che richiama e ingloba le propaggini di partenza. C'è anche un certo (lo so, è un eufemismo) richiamo alle melodie dei Coldplay (Heave), unito però ad una precisione e ad una creatività ben al di là (in ricchezza e originalità) dei meriti della band appena citata. C'è una tecnica d'assemblaggio di stampo “math” che conferisce ai pezzi una solidità quasi geometrica. Si prenda ancora l'eleganza cameristica di Slowly One, quasi una reinterpretazione di un brano dei migliori Elbow, o la straordinaria Child, dove confluiscono splendidamente -grazie ad una sensibilità garbatamente prog- tutti gli elementi descritti finora, per avere un quadro completo della situazione.
Non ultima la cura della produzione, affidata non a caso a personaggi estranei al sound originario di Weeks e soci: Tim Goldsworthy e Bruno Ellingham, provenienti entrambi dall'ambiente elettronico e dance, hanno sicuramente contribuito in maniera determinante alla resa tanto pervasiva di un suono particolarissimo e ad alta definizione (la bellissima Went Away, con la sua anima elettronica, e Unknow con il suo incessante pulsare, sono gli esempi forse più caratteristici per rendersi conto di questa svolta).
Per concludere, abbiamo di fronte un'imponente prova di metabolizzazione degli ultimi dieci anni (dieci? Facciamo anche venti!) di pop music inglese. Il risultato è quasi perfetto e si spinge oltre alla raccolta enciclopedica, facendo fluire forme e stili in un'ibridazione personale e spesso straniante. Un colpo da maestro che apre nuove strade all'art pop tutto e che va a consacrare i Maccabees tra le migliori proposte di questo 2012 appena iniziato.
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