Dirty Pretty Things
Romance at Short Notice
C'è poco da dire. Restano solo le briciole di quel fenomeno popolar-musicale che era stato unanimemente considerato, nel lontano 2002, la risposta britannica agli Strokes e che prendeva il nome di Libertines. Oddio, per molti versi restano solo le briciole di tutta l'ondata new rock di inizio millennio (Strokes, Vines, Datsuns e compagnia cantante), ma decisamente la spirale su cui si è avvitata la formazione londinese è stata tra le più eclatanti.
Da una parte le mirabilanti avventure da rotocalco di Pete Doherty e le furbe stizzate d'occhio dei suoi Babyshambles. Dall'altra l'incespicare musicale del suo “gemello perdente” Carl Barat. A cui va sicuramente una maggior dose di simpatia e stima, ma i cui Dirty Pretty Things continuano ad apparire come una sbiadita ed inconcludente parodia dei Libertini.
Dell'antica e micidiale miscela di Jam, Kinks, Smiths e Clash non restano che i cocci e quell'aria da “demo” che donava a un disco come Up the Bracket un'irresistibile aura da cantina cockney, diviene ora una mefitica patina di incompiutezza. E fa quasi rabbia quando le melodie Davies-iane di Barat tornano a risplendere per qualche breve secondo, inseguendo e rievocando un periodo ormai irrimediabilmente perso.
Non decolla il post modernismo di Buzzards and Crows, né i Clash alla saccarina di Hippy's Son, né le pose oh-so-british alla Smiths meets Kinks di Tired of England, per quanto Barat si sforzi di riesumare il Weller/Strummer/Morrissey di turno. Non è un problema di derivatività, di cui poco ci interessa in questa sede, è proprio che i pezzi non funzionano.
E sbadigli accompagnano anche le ballad Faultlines e Truth Begins, e fanno poco meglio il punk '77 di Chinese Dogs o una Blood on My Shoes nata stanca e posta poco saggiamente in chiusura.
Sollevano un po' il morale della truppa il post brit pop irresistibilmente cialtrone di Plastik Heads, l'inaspettato slow alla Roy Orbison di Come Closer, il grezzo punk funk di Kicks or Consumption e l'altamente Libertiniana Best Face. Svela il talento compositivo nascosto del bassista Didz Hammond la nostalgica ed eterea North.
Poco altro da dire, poco altro da fare. I denigratori avranno di che divertirsi, gli altri possono solo sperare in un'improbabile folgorazione del nostro sulla via di Damasco. Per ora, come dicevamo, ci sono solo i cocci. Peccato.
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