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R Recensione

6,5/10

Frog Eyes

Carey's Cold Spring

Mentre la canadian wave sembra ormai lontana anni luce, o quanto meno molti di più di quelli reali, tanto più se si considera la fine di molte delle band che ne furono protagoniste (dai Wolf Parade ai Sunset Rubdown, passando per quasi tutti i relativi progetti paralleli, dagli Handsome Furs agli Swan Lake), mentre, insomma, il baraccone sgangherato e convulso dell’indie rock con la foglia d'acero è ormai stato smontato, c’è ancora qualcuno che si attarda, con il dolore del clown rimasto fuori più del tempo.

Carey Mercer, anima dei Frog Eyes, ha saputo pochi mesi fa di avere un tumore alla gola. Uno di quei tumori da cui si può guarire, specifica. Intanto, ha sentito la necessità di pulirsi di tutto ciò che teneva dentro, compreso questo disco, appena terminato alla notizia della malattia. Settimo lavoro dei Frog Eyes, “Carey’s Cold Spring” è assieme il loro più doloroso e meno ostico. Di mezzo c’è stata anche la morte del padre di Mercer (a cui è dedicato il pezzo finale, “Claxxon’s Lament”), oltre a una serie di torturate riflessioni su «rivolte, occupazioni, cortei di massa per le strade, gesti melodrammatici, fazioni di sinistra, paura della destra, della tortura, delle conseguenze degli ideali e delle conseguenze della mancanza di ideali». Sono parole di Mercer, che aggiunge come questo sia un disco pieno di paranoia, «but it’s also the sound of the birds in the morning». Ed è proprio così.

Rispetto al patchwork di spasmi psych e contorcimenti arty tipico della band di Vancouver, l’album incanala l’ossessione in pezzi meno frenetici, con chitarre che non tagliano e segmentano, ma piuttosto allungano in delay e tremolii di agonia (“The Road Is Long”). L’universo dei Frog Eyes si mantiene fedele alla propria struttura detritica ed esplosa: i pezzi si muovono sempre in preda a movimenti imprevedibili, ma Mercer li tiene a bada (anche nel minutaggio), anzitutto in virtù di un minore istrionismo nei vocalizzi, e quindi orchestrando arrangiamenti più distesi e meno schizofrenici. Alle volte le acustiche e gli assoli girano su note crepuscolari quasi da Radiohead anni ’90 (“Your Holiday Treat”) o primi Arcade Fire ("The Country Child"), mentre alcune aperture su piccoli inni di speranza aprono squarci di gloria (“Don’t Give Up Your Dreams”).

Mancano, certo, le vette di fantasia del passato, ma sono anche evitati certi eccessi che rendevano “Paul’s Tomb: A Triumph” a tratti troppo arduo da digerire. E il suono più pieno e corposo, con chitarre twang che colorano di polvere (“Needle In The Sun”, “A Duration Of Starts And Lines That Form Code”), funziona, così come certe leggere elegie su piano e organo (“Noni’s Got A Taste For The Bright Red Air Jordans”).

Il predicatore tarantolato e visionario è ancora in pista, e sembra pure più saggio. Ne abbiamo bisogno. Forza Carey.

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