R Recensione

5/10

Wheat

Everyday I Said a Prayer For Kathy and Made a One Inch Square

Le vicende discografiche di un gruppo possono assumere ogni genere di direzione  : gruppi che esplodono al primo disco e poi crollano alla seconda prova come birilli; gruppi che partono in sordina come gregari minori di band culto e poi sbocciano inaspettatamente fino a diventare culto essi stessi; gruppi che rimangono eterne next big thing disco dopo disco; gruppi che inanellano con ritmo sovrumano un capolavoro dietro l'altro senza apparente soluzione di continuità; e poi gruppi che procedono a zigzag, come falene impazzite, senza riuscire a trovare mai la propria strada.

I Wheat, apparentemente, sono ben avviati su questa strada.

Chi sono esattamente i Wheat ? Gli indie rockers minimali e sognanti di Hope And Adams o quelli solidi e pop di Per Second, Per Second, Per Second, ... Every... ? Oppure quelli che ritroviamo in questo Everyday I Said a Prayer For Kathy and Made a One Inch Square ?

Vale a dire un gruppo indeciso se giocare la carta dell'indie rock o quella del pop rock tout court: nel dubbio i due membri superstiti (dopo la dipartita del chitarrista Rick Brennan) restano al guado: il giusto mezzo, come si suol dire. Non necessariamente un male. Di splendide vie di mezzo tra genio e sregolatezza è costellata la galassia indie rock, e noi ringraziamo di tanta grazia.

Il problema è un altro: questi esempi virtuosi si basano su un principio piuttosto semplice. Dischi cantati in modo spesso bislacco, strascicato, ubriaco, stonacchiato e strutture in apparenza caotiche che finiscono per suonare magicamente, meravigliosamente, pop: si pensi, per citare due esempio lontani nello spettro temporale al cantato sbiascicato di J. Mascis o alle strutture sghembe dei Pavement e alle partiture ubriache dei Clap Your Hands Say Yeah: dischi che non ricercano la radio friendliness a tutti i costi, anzi, ma che sono capaci comunque di suonare, inaspettatamente, pop. Il trucco c'è, ma non si vede. Il problema coi Wheat è che si ha l'impressione di canzoni linearmente, chiaramente pop, complicate ad arte con inserti di rumore, pattern ritmici spiazzanti, stonature di mestiere. Almeno questa, non ce ne voglia il gruppo di Boston, è l'impressione che si ricava dall'ascolto del disco.

Forse non è così e siamo dei diffidenti impenitenti, ma resta il fatto che il disco sembra sempre sul punto di decollare senza mai riuscirvi, prende la rincorsa ma non spicca mai il salto che ci aspetteremmo. I pezzi, appesantiti inutilmente e sporcati ad hoc, non riescono a stamparsi nella memoria, i vezzi da college rock band navigata inceppano il meccannismo ogni volta che comincia ad ingranare.

Una volta si “sgridavano” i gruppi perchè si svendevano e diventavano troppo pop e questo è il risultato delle nostre paranoie da indie rockers. Aspettiamo le falene al prossimo giro, sperando che sia quello giusto: per ora ci accontentiamo dell'indie rock un pò claudicante di questo Everyday ...

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