Flesh Eaters
A Minute To Pray, A Second To Die
I Flesh Eaters capitanati da Chris Desjardins costituiscono un altro importante tassello del movimento new wave e punk che in America nei primi anni ’80 era dedito alla riscoperta delle radici della musica americana, principalmente country e blues. E Desjardins è stato un esponente che ha occupato un ruolo fondamentale in quella scena, cimentandosi nelle vesti di scrittore, musicista e produttore. Da non sottovalutare l’ultima attività menzionata in quanto egli produsse o remixò alcuni tra i più validi lavori di roots –punk nei quali le radici musicali americane venivano reinterpretate in maniera veramente originale e creativa; basti pensare infatti a quel capolavoro che risponde al nome di Fire Of Love dei Gun Club così come The Days Of Wine And Roses dei Dream Syndicate senza dimenticare Gravity Talks dei Green On Red e Walk Among Us dei Misfits.
Dai dischi citati è possibile comprendere l’enorme sensibilità artistica e forse anche critica del personaggio. Nel 1977 si originò il primo nucleo dei Flesh Eaters che comprendeva, oltre a Chris D., Tito Larriva, Stan Ridgway e Joe Nanini. La band che registrò il disco oggetto di questa recensione era invece composta da Dave Alvin, John Doe, Bill Bateman, Steve Berlin e DJ Bonebrake, più o meno tutti personaggi di spicco della scena roots – rock americana del periodo.
A Minute To Pray, A Second To Die costituisce un lavoro imperdibile per chi si vuole avvicinare a questa scena e capire le sue coordinate principali. Dominato in alcuni episodi, come ad esempio Divine Horseman, da un ossessivo tribalismo di fondo a la Bo Diddley, il disco fonde in maniera mirabile l’urgenza del punk ed elementi tradizionali nel contesto di uno sfondo visionario, orrorifico e maligno. River Of Fever, introdotta da un lugubre fischiettio dal sapore country – western è un misto di disperazione e orrore, caratterizzata da un crescendo ossessivo e impetuoso. L’orrore di Chris D., pur attingendo certamente da un ambito anche filmografico classico e talvolta di cosiddetta serie B, riesce comunque ad andare oltre, trasformandosi in orrore metafisico, primordiale e ancestrale. Lo stesso orrore che si respira, nell’ottica di un parallelo letterario più che mai adeguato in questo caso, in alcuni dei migliori racconti del terrore di E.A. Poe come, ad esempio, La maschera della Morte Rossa o ne L’orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft.
Digging My Grave, brano che apre il disco, è introdotta da una lugubre cantilena per poi esplodere in un country punk epico e pervaso da un’aura infernale e decadente. In tutta l’opera il sax occupa un ruolo che va ben oltre la semplice rifinitura per arrivare ad essere vero principe nelle partiture e nei momenti strumentali. Ciò risulta evidente in Satan’s Stomp, brano dominato da un percussivismo cadenzato e tribaloide accompagnato da tetri e ipnotici rintocchi chitarristici dal sapore tradizionale in unione, per l’appunto, ad un assolo di sax allucinato e distorto.
Pray Till You Sweat procede inesorabile con la sua marcia ritmica fatta di palude e fango mentre So Long è forse il brano che suona più routinario e per certi versi privo di mordente: in fondo non si avverte il fuoco che contrassegnava i precedenti brani citati e il risultato è, nell’insieme, ai limiti della formalità.
Nell’intero lavoro si respira un aria e un atmosfera malsana, sudata, sporca e selvaggia come in un rituale voodoo. Le disperazioni e le angosce sono sempre dietro l’angolo e vengono poste in un ottica di terrore primitivo e sopranaturale, un muro morboso che si alza e verso il quale l’umanità dichiara la propria disperata impotenza. Le varie sfaccettature musicali presenti si trovano decisamente in equilibrio perfetto tra loro, una miscela country – punk dell’orrido e del putrido artisticamente riuscita dove tra l’altro si fondono, in maniera diabolica, le iconografie e i rispettivi immaginari delle scene musicali coinvolte (country, blues e punk), letteratura gotica e decadente e cinema horror in una superba visione apocalittica, sinistra, necrofila e dannata dell’intera condizione umana.
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