R Recensione

9/10

Two Gallants

What The Toll Tells

Se parlassi unicamente per coloro che già li conoscono,le mie parole suonerebbero soltanto come una piacevole (o stucchevole,dipende dai casi) conferma delle loro precedenti impressioni, ma tenuto conto che mi piacciono le sfide difficili e che adoro in modo speciale quelle in cui il pronostico mi da perdente,è al resto del mondo che intendo essenzialmente rivolgermi. Allora, vediamo, prima di tutto, come descriverli? Beh, in fondo, non è nemmeno troppo complicato,se voi mi aiutate: basta soltanto che lasciate andare l’immaginazione.

Immaginate un Kurt Cobain redivivo, richiamato in questa valle di lacrime mediante qualche oscura seduta medianica,che si sgola alle prese con un intreccio sonoro rapsodico,in perenne oscillazione fra la noia e il dolore,come il pendolo di Schopenauer,che nel migliore dei casi e con tremenda approssimazione potremmo definire come “garage folk”. Oppure pensate ad un delizioso, trasandato punk rurale, tipo Violent Femme prima maniera, eseguito con tecnica affilata e chirurgica su sconcertanti partiture progressive alla Primus. O ancora, ve lo immaginate Bob Dylan che fa il front-man nei Mudhoney dei primi anni novanta? Piuttosto spiazzante detto così, non è vero? Eppure, credetemi,il vostro umile recensore sta facendo del suo meglio per collocare questo What The Toll Tells, opera seconda dei Two Gallants, incantevole power-duo di San Francisco ,nell’appropriato ramo dell’albero genealogico musicale. Tuttavia, d’ora in avanti, sarà meglio procedere con ordine per cui, onde evitare di confondervi ulteriormente le idee, parto subito all’attacco, o meglio, all’ascolto.

Fin dalla prima traccia La Cruces Jail ,annunciata da un malinconico, ridanciano fischio in stile western all’italiana stagliato contro il fruscio lugubre del vento che spazza il deserto, i Two Gallants intendono mettere bene in chiaro una cosa: loro con l’ondata di gruppi nu folk o alt country che stanno invadendo il mercato delle etichette indipendenti non c’entrano un fico secco. L’attacco è nudo e tagliente, concettualmente quasi hardcore, la chitarra di Adam Stephens sferraglia noise come un treno di forzati diretto alla prigione di Yuma mentre la batteria di Tyson Vogel s’arrampica in cambi di tempo incessanti ed incostanti disegnando figure ritmiche travolgenti che lasciano l’ascoltatore estasiato e senza fiato in attesa della prossima irruzione. Pause e “ripartenze” non si contano mentre la voce di Adam sa trasformarsi da disadorna incarnazione melodica a vero e proprio strumento di tortura,sfruttando l’aspra sensazione di un cantato disperato,sanguinario,tutto di gola che a tratti commuove fino alle lacrime ricordando così da vicino quello di uno sfortunato ragazzo di Aberdeen.

Buona la prima, dunque, ma alla seconda è già Standing Ovation: su un mid-tempo spianato attorno ad una serie di arpeggi che si avvolgono su stessi come una spirale, parte Steady Rollin’, una ballata che è un esperienza visiva ancor prima che sonora,la colonna sonora ideale per un road-movie visionario che avrebbe potuto essere diretto da uno come Sam Peckimpah. Da qui il disco sviluppa un crescendo di emozioni forti,un convulso su e giù di montagne russe sul binario di brani che si dividono grossomodo in due tipologie,per altro già ben identificate dai brani posti in apertura: assalti all’arma bianca, schizoidi, invasi da riff frammentati in continui stop’n’go come Long Summer Day (un capolavoro! Un apologo antirazzista la cui denuncia richiama alla memoria The Death Of Emmet Till o Who killed Davey Moore? scritte dal signor Zimmerman quand’era ancora “a ruota libera”), 16TH ST.DOZEN, Age Of Assassins e prototipi di folk urbano, selvaggio e intellettuale, ricostruiti filologicamente grazie ad una sensibilità elegiaca di stampo prettamente indie,quali Threnody InMinor B, Some Slender Rest, The prodigal son e Waves of grain.

In conclusione, con questo meraviglioso album che segue di due anni il già folgorante anche se più lineare esordio The Throes (Alive Records. 2004), i due ragazzi di San Francisco (che non è a caso la città più “rossa” degli Stati Uniti, ideale cittadella di ogni fiera opposizione artistica e controcultura militante) si propongono come gli ultimi alfieri di una tradizione che affonda le sue radici negli scarni blues del Delta e nelle murder ballads dei folk-singer della Grande Depressione, raccontando storie di sfruttamento, povertà, umiliazione e violenza (il Grande Rimosso del Grande Sogno Americano) attraverso una sensibilità di scrittura che rimanda,oltre al pluri-citato Dylan, ad artisti quali Nick Cave o Leonard Cohen (“Give Me A Leonard Cohen Afterworld/So I Can Sigh Eternally...”,ricordate?),lasciandosi guidare da una plurivocità di influenze musicali che fanno tesoro di un orgiastico uso della dissonanza e della distorsione ereditato dall’indie-rock e dello spleen furioso e masochistico dispiegato dal grunge nel suo periodo più fecondo. A modesto e insindacabile giudizio di chi scrive, Disco dell’Anno per il 2006. Un disinteressato consiglio finale:dovunque siate,qualunque cosa stiate facendo,uscite a comprarvelo!

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 5 voti.
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joses 10/10
REBBY 6/10

C Commenti

Ci sono 5 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Nadine Otto alle 22:27 del 26 febbraio 2007 ha scritto:

Sono perfettamente d'accordo per quanta riguarda il tuo consiglio finale!

DonJunio alle 23:12 del 26 febbraio 2007 ha scritto:

ottimo

molto ben fatta la recensione, grazie per la segnalazione!

joses (ha votato 10 questo disco) alle 11:16 del 13 maggio 2007 ha scritto:

tra i primi 5 dischi

ottima rece per un disco che è irrotto nella mia vita come un uragano di bellezza. Tra i primi 5 dischi di sempre per me e 'waves of grain' è uno dei motivi per cui vale la pena di vivere! fenomeni.

cardofab (ha votato 9 questo disco) alle 14:27 del 2 agosto 2011 ha scritto:

Albume eccezionale e concordo: waves of grain è uno dei 10 pezzi migliori del decennio...

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 21:22 del 28 dicembre 2012 ha scritto:

Album eccezionale e recensione, al solito, impeccabile. Un disco che ha rivitalizzato il country alternativo come pochissimi altri.