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R Recensione

6/10

Crosses

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Dopo aver mitridatizzato i fan dei Deftones a rapide e efficaci incursioni in territori electro wave, Chino Moreno ha provato a giocare la carta dei Team Sleep - prima creatura parallela alla sua band d’origine -.  Un esordio che però finì ben presto a sfamare il pozzo dei dimenticatoi a causa dell’inconsistenza dei brani presenti, fatto salvo per Ever (Foreign Flag), unico gioiello e barlume di speranza nell’oceano di vacuità. E proprio Ever è il fil de rouge che spinge Moreno a continuare la via solista in quei “featuring” prestati alle soundtrack dei grandi blockbuster. E nel suo caso, con Mike Shinoda e Joseph Trapanese prima e con Bassnectar poi le cose hanno cominciato a farsi interessanti. Sarà per questo che, mosso da fervide intenzioni, Moreno ha intrapreso la via del side project a tutto tondo. Nascono così i Crosses, un sodalizio tra musicisti/amici (Chino Moreno, Shaun Lopez e Chuck Doom) nato e sancito nel 2010 con un ep dal vago gusto elettro rock e dai chiari richiami wave. Con un’ iconografia a metà tra l’esoterico e il deja vu(le croci in copertina richiamano a gran voce i transalpini Justice) i Crosses cercano la sintesi perfetta tra sprazzi melodici emozionali simil-Deftones e l’algida asetticità delle atmosfere elettroniche. A coronare il tutto c’è un’insana aura di inquietudine che circonda l’estetica dell’album, a partire dai chiaroscuri che eclissano parzialmente la ragazza fotografata in copertina, sino ad arrivare ai videoclip dei singoli che richiamano prepotentemente certe cromaticità apatiche riviste su The Ring. C’è quindi la reale volontà di voler creare un sound, un’immagine precisa, un qualcosa che testimoni la volontà di lasciare il segno. Ma le canzoni, invece, ci sono? Ecco. Qui il capoccia dei Deftones inciampa un pochino.

Il problema dei Crosses, infatti, va ben al di là dell’interpretazione del singolo brano. Si subodora la velleità di voler fare elettronica dopo aver sguazzato per troppo tempo nella formaldeide del rock. E il rischio è di stilizzare eccessivamente i brani, raschiando qualsiasi appendice folle per emendare il grasso e lasciare la parte magra in pasto al grande pubblico. Non c’è più la tensione di Pink Cellphone o – appunto – l’elegante maturità di Ever, qui si gioca sul campo minato del pop da classifica.

Come l’inciso di Telepathy che richiama a gran voce gli smielati ghirigori melodici dei Duran Duran. O Bitches Brews che sembra la figlia bastarda di un pezzo dei Deftones, con quell’erotismo incantato che trapela dai sospiri di Moreno, con le giostre armoniche che passano repentinamente da maggiore a minore e con un inaspettato screaming sul finale che svela oltremodo le radici di provenienza del trittico. Proprio qui sta il problema: l’impasse. Più che un progetto equidistante, Crosses sembra essere la valvola di sfogo pop di un’artista intrappolato da troppo tempo nella sua stessa cifra stilistica. Una creatura che vive un equilibrio precario tra la velleità elettronica ed una conretezza rock (Thholyghst). Certo, pezzi come Death Bell ( o lo stesso inciso di Bitches Brews che nonostante i richiami alla “madre” riesce comunque ad irretire l’ascoltatore) sono lì a ricordarci che i Crosses hanno gli attributi, ma c’è ancora tanta patina, tanti colori, tanta bellezza solo in superficie. In quella scocca rifulgente che irretisce l’ascoltatore, dove non appena si affondano le unghie per ghermire l’oggetto ci si accorge che in realtà c’è solo una scatola vuota. E rapidamente quell’aura di inquietudine ostentata nell’estetica, lascia il posto ad una noia endemica. 

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