North Atlantic Oscillation
Fog Electric
Coprodotto e mixato da Tony Doogan (“Rock Action”, “Happy Songs For Happy People”, “Mr. Beast”, “Zidane OST” dei Mogwai, la discografia di Belle & Sebastian, Hefner, Teenage Fanclub, The Delgados: tanto per dare una idea della portata della sua regia), il secondo lavoro della formazione scozzese, non disperde le energie e le intuizioni convogliate sia dal precedente “Grappling Hooks”, sia dalle brillanti performance in apertura al tour dei Blackfield. Anzi sposta in direzioni inedite, rispetto al percorso sinora intrapreso, certe prospettive di viaggio con una sapienza e una sicurezza da navigatori provetti. Piuttosto, la maggiore fiducia nelle proprie capacità talvolta tende a minare il percorso emotivo, rendendo le canzoni – sotto il peso di un rigido controllo – meno disponibili a lasciarsi andare.
L’incipit di Soft Coda è indubbiamente influenzato tanto dai Mogwai di “Mr. Beast”, quanto dai Flaming Lips, in vena di destrutturazioni synthetiche. Chirality coniuga i Beach Boys con il Moby più etereo. Mirador invece fa venire in mente uno strano ibrido fra i Tears For Fears del brano Head Over Heels e i Notwist di “Neon Golden”. Diciamo che, come avvenuto nel debut album, la lezione dei Notwist deve essere stata davvero essenziale nella formazione sonora degli Scozzesi e di una tale autorevolezza da ricorrere costantemente nel loro repertorio. Gli Air e Boards Of Canada sono altri riferimenti che risultano concretamente palpabili, camminando a zig-zag fra queste composizioni distrattamente pop, dalle forme eteree, dalle movenze ondivaghe, dalle tinte oniriche. All’inizio di Empire Waste c’è anche spazio per i Radiohead più elettronicamente giocosi: il brano è tutto un crescendo e si rivela essere fra i migliori episodi partoriti dal fervido intelletto di Sam Healy (voce, chitarre, piano, tastiere, programming) e Ben Martin (batteria, percussioni), nel corso del quale davvero seducente è il cambio d’umore che interviene circa a metà, quando le sfumature divengono improvvisamente acustiche. Si procede con la medesima convinzione anche nel post-rock corale di Savage With Barometer: una narcosi sonora che avanza lenta senza produrre mai un brusco risveglio. Ecco, c’è qualcosa di vagamente intorpidente, di magnetico, di ipnotico fra le trame sonore di “Fog Electric”: una malia avvolge l’ascoltatore, ma sembra sempre lì pronta a evaporare con i primi caldi estivi o con il primo starnuto invernale. Forse la sintesi di tutto il disco è rinvenibile in Expert With Altimeter, nel quale la verve rock è più evidente e tale da rinverdire la memoria e gli insegnamenti degli XTC. E questo parallelismo affettivo con la poetica pop di Andy Partridge si rinsalda ancora di più nel corso dei sei minuti squisitamente shoegaze di The Receiver, sottolineati da un’ampia sezioni fiati che la rende una gemma. Indubbiamente l’album raggiunge il suo vertice negli episodi centrali, liberandosi finalmente da schemi sonori sin troppo perfetti, da geometrie ritmiche vittime della sindrome da drum-machine, scomponendosi un po’ e mostrando una maggiore passione, un maggiore impeto.
Sarebbe bello ipotizzare per loro un futuro avventuroso, un afflato più istintivo, una ispirazione non esorcizzata dalla compostezza formale d’insieme. Probabilmente tutto ciò è invece subatomicamente inseparabile da quella leggiadra grazia nei quali i loro panorami musicali si rispecchiano.
Il voto di “Fog Electric”, in rispetto alla natura oscillatoria a cui si richiama il nome della band e con riferimento all’indistinta suggestione sensoriale a cui induce la sua musica, ondeggia fra un 6 e un 7.
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