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R Recensione

7/10

Black Rebel Motorcycle Club

Wrong Creatures

I Black Rebel Motorcycle Club continuano ad esercitare, con dignità e profitto, una professione nata nel secolo breve e ormai vecchia più di 60 anni: quella dei rockettari. Impermeabile alle mode, il terzetto californiano seguita imperterrito a proporre, con le opportune variazioni sul tema, la miscela che gli ha procurato fama e gloria nella scorsa decade: un garage-rock venato di pesanti accenti shoegaze, con occasionali digressioni folk-blues. Estremi canonizzati nei due lavori più significativi realizzati dalla premiata ditta capitana da Peter Hayes. Il tellurico, omonimo debutto del 2001, che si inseriva sulla scia di Strokes e White Stripes nel riportare in auge il rock più viscerale e autentico nell’era del post-grunge e del nu metal, con pesanti iniezioni di Stone Roses e Jesus And Mary Chain a intarsiare il tutto. E il polveroso e riflessivo “Howl” del 2005, che invece li riportava su lidi più consoni alla tradizione a stelle e strisce.

Questa nuova fatica rimescola con efficacia una buona fetta dei loro stilemi, con una raccolta di canzoni che dal vivo andranno certamente a fortificare la loro reputazione di eccellente live band. “Spook ad esempio, uno di quei brani ariosi e incalzanti che i Queens Of The Stone Age ormai fanno molta fatica a registrare, o le innodiche “King Of Bones” e “Little Thing Gone Wild”, una lezione per tanti gruppetti anonimi che si ispirano al dettame shoegaze senza metterci nerbo. Tutto fila liscio come da copione, il blues gotico di “Echoes” e le cavalcate western di “Ninth Configuration e “Carried From The Start” (con echi dei mai abbastanza lodati Grant Lee Buffalo) riportano ai loro momenti più spiccatamente americana. Non mancano pure inevitabili riferimenti ai Beatles: se l’hyppieggiante vaudeville di “Circus Bazooko” si lascia ascoltare con piacere, la conclusiva, aulica “All Rise” è un pastiche lennoniano che si inserisce nello scatolone delle loro cose meno memorabili. 

Il meglio arriva con l’orientaleggiante Calling Them All Away”, forte di saliscendi psichedelici che rimandano agli anni ’90 più selvaggi e mistici di gruppi come Jane’s Addiction e Verve (i quali, prima dell’ecumenismo di “Urban Hymns”, vantavano un solido retroterra shoegaze). Alla fine, si riporta sempre tutto a casa.

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