R Recensione

7/10

Blank Realm

Illegals in Heaven

C'era tanto cazzeggio nel precedente capitolo della già consistente discografia degli australiani Blank Realm: sonorità lo-fi, chitarre e voci sghembe, una psichedelia paciosa tutta spiaggia e marijuana che, pur risultando a tratti simpatica (e altre volte addirittura intrigante), non riusciva a sfondare scontando una complessiva mancanza di peso specifico, di sostanza. Il nuovo “Illegals in Heaven” aggiusta però il tiro grazie ad una formula energica e libera dall'ostentato dilettantismo che limitava la loro proposta. Il suono non solo si irrobustisce acquisendo quella profondità che mancava in “Grassed Inn” (merito di una produzione come si deve, curata dal compositore elettronico Lawrence English), ma fa sfoggio di una maggiore resa produttiva, per pezzi dotati, finalmente, di una loro tridimensionalità.

Sembra di ascoltare, nei nove pezzi in scaletta, un'ibridazione tra i Gun Club e i primi War On Drugs (un pezzo come “Flowers in Mind”: sputato), per una succosa sarabanda di sfumature che passano dal garage caotico ad un synth-rock spaziale, il tutto filtrato da un mood stralunato (quello di “Cruel Night”, ad esempio) e febbrile (“Costume Drama”, tra spigolosità post-punk e spasmi elettronici di corredo -oltre al vibrafono così tanto Violent Femmes).

L'hard-boogie di “No Views”, scheggia a base di inflessioni bluesy e cacofonie noise a tempestare lo scorrimento guarnito da un motivetto di tastiera, apre al meglio le danze, consegnandoci un pezzo dotato della stessa carica iconoclasta di gente come Butthole Surfers e Royal Trux. I toni si ammorbidiscono con pezzi più pop come “River of Longing", "Gold", (una Sarah Spencer mai così lirica, finora), "Palace of Love” (dove ritroviamo, in chiave garage, la formula di Adam Granduciel), tutte dotate di una fisicità più sfumata e, in qualche maniera, patinata (la cura degli strati di chitarra della già citata “River of Longing”, a metà tra l'impasto indistinto e l'alta definizione delle cromature, è esemplare).

Registrato per la prima volta -durante un'unica session notturna- in uno studio professionale, “Illegals in Heaven” può essere letto come il primo passo verso la maturità. “Too Late Now”, recita il brano di chiusura. Troppo tardi, sì, ma solo per ora. Il futuro potrebbe riservare delle sorprese.

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