R Recensione

8/10

Fleshtones

Roman Gods

Formatisi nel 1976 i Fleshtones, dopo aver pubblicato alcuni ep(tra cui possiamo lo splendido anthem "American Beat"), esordiscono cinque anni dopo con Roman Gods, lavoro in cui riescono perfettamente nell'intento di inserirsi prepotentemente tra le maggiori realtà del revival grazie a un garage rock viscerale improntato su vagiti beat, psichedelici e rockabilly e su una efficace comunicatività rhythm and blues che fa da contraltare alla matrice punk tanto in voga al tempo. L'anima del gruppo è senza dubbio incentrata sulle figure del cantante e tastierista Peter Zaremba e del chitarrista Keith Streng, senza dimenticare l'apporto della sezione ritmica formata dalla batteria di Bill Milhizer, espressione di un drumming corposo e preciso, e dal basso di Marek Pakulski, senza dimenticare gli ottoni di John Weiss e Gordon Spaeth. Ci troviamo dunque di fronte a un disco che nonostante la pessima copertina (voluta dallo stesso Zaremba) diventa un simbolo della New York dei primi anni Ottanta pur nel solco di un variegato tentativo di ridare linfa ai fondamentali echi Sixties.

A dimostrazione della solo apparente staticità del disco si passa infatti da un brano hard-soul come "Stoop Fooling Around" al rockabilly sfrenato di "Rights" e della tonitruante "World Has Changed", alla potente base elettrica della iniziale "The Dreg", all'orecchiabilissimo surf di "Let's See The Sun" e a due capolavori come la title-track conclusiva e la splendida "Shadow Line", chiaramente debitrice del sound talkingheadsiano.

Dopo questo disco i Fleshtones pubblicheranno diversi dischi, tra cui possiamo ritrovare anche l'interessante Hexbreaker e la raccolta di cover "Return to Hitsburg", senza però raggiungere le vette dell'esordio e di una carriera concertistica degna del miglior spirito del r'n'r d'annata.

V Voti

Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 4 voti.
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Cas 8/10

C Commenti

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Cas (ha votato 8 questo disco) alle 23:19 del 13 agosto 2008 ha scritto:

grande disco, capace di fondere in maniera geniale l'anima danzereccia degli anni '80 (i Clash e la new wave) con il blues e il beat anni '60. Però va detto che i mostri del genere sono altri (vedere i Dream Syndicate ad esempio)

guidorg (ha votato 9 questo disco) alle 23:55 del 22 gennaio 2012 ha scritto:

disco di una bellezza imbarazzante.