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5/10

Hanni El Khatib

Moonlight

Hanni El Khatib, nato a San Francisco da genitori filippino-palestinesi, ha ingranato fin da subito la quarta, senza più fermarsi. Un vero “self-made man”: prima di cominciare la sua avventura musicale lavora nel settore della moda per skaters e in quello della pubblicità. Poi, nel 2010, pubblica due singoli che presto gli valgono il ruolo di spalla dei Florence + The Machine: il sound è quello di un surf-rhythm and blues venato di fascinazioni vintage, oltre che di ammiccamenti al garage e alla tradizione a stelle e strisce.

L'incontro con Dan Auerbach, produttore del suo secondo album, è decisivo: la via è quella di un garage rock sfrigolante e rétro, di chiara matrice Black Keys. Il nuovo “Moonlight” procede senza tentennamenti in questa direzione facendosi ancora più oltranzista, abbandonando quasi completamente tutto ciò che rimaneva di spurio nello scorso “Head in the Dirt”.

Voce filtrata e chitarre fuzzose: una formula che, a partire dalla prima “Moonlight”, caracollante e piena di groove, è destinata a conoscere pochissimi scarti stilistici (fatta eccezione per tenui arrangiamenti di contorno qua e là). Si procede infatti attraverso uno spazio sonoro dove, tra cavalcate hard-rock (“Melt Me”, “The Teeth”, “Servant”, “All Black”, sospese tra Black Keys, White Stripes e revivalismo d'accatto alla Wolf Mother) e meri ricalchi di stili altrui (“Home” potrebbe arrivare da uno qualsiasi dei dischi del duo di Akron), si finisce col trovarsi incastrati in una continua, martellante sensazione di “già sentito”.

Hanni El Khatib sembra rinunciare ad ogni apporto personale per aderire più o meno pedissequamente a formule già collaudate, dalla presa sicura. Peccato: le canzoni, El Khatib, saprebbe anche scriverle (si pensi ad una “Mexico”, soffice gioiellino soft-psichedelico con sbavature glam ed evoluzioni in crescendo). Il punto è che “Moonlight” è una prova manierista, un doppione. E i doppioni ingombrano, tolgono spazio. In poche parole: non servono a niente.

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