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R Recensione

7/10

King Gizzard & The Lizard Wizard

Murder Of The Universe

Il salto da Fantozzi a Tetsuo è di quelli carpiati, ne convengo. Eppure, a leggere le deliranti avventure del cyborg Han-Tyumi, che decide di fondersi con una creatura da lui stesso assemblata per ricoprire di vomito il mondo, il primissimo pensiero è andato a quella celeberrima battuta: our love can put an end to this fucking world. Non so dire se Stu Mackenzie e compagni conoscano e abbiano visto il cult movie di Shinya Tsukamoto, ma ho il sospetto che nulla sia realmente precluso a gente che usa strumenti microtonali, alterna dischi di garage ad altri di suite e scrive i propri pezzi come se fossero segmenti di un gigantesco nastro di Möbius. Nella personalissima crociata intrapresa contro il tempo (cinque dischi annunciati in appena dodici mesi), “Murder Of The Universe” ricopre la parte del concept post-apocalittico che i King Gizzard & The Lizard Wizard avevano più volte lumeggiato nei lavori precedenti, ma che non si era ancora mai compiutamente realizzato: un pirotecnico fumettone a tinte accesissime, un’ambiziosa architettura in tre capitoli e ventuno paragrafi, uno scombiccherato ibrido a metà fra Godzilla, War Of The Worlds e The Twilight Zone (se mai una cosa del genere possa essere anche solo pensata). Non vi tornano i conti? E a chi mai tornerebbero?

Ordunque, facciamo un po’ di ordine e ripartiamo da capo. Anzi no: ripartiamo dalla voce di Leah Senior, biondissima folksinger australiana cooptata per annunciare, in un recital stentoreo che è puro attentato alla quarta parete, gli snodi narrativi fondamentali delle vicende di “The Tale Of The Altered Beast”, primo terzo del disco. Se vi piace il Burroughs di Nova Express e Naked Lunch, qui troverete pane per i vostri denti: si parla di un uomo che incontra l’Altered Beast, dell’Altered Beast che incontra l’uomo, del mostro carnivoro che nasce dalla loro copula sacrilega e dell’autocoscienza esorbitante che lo conduce ad una fine ingloriosa ed imperitura. Accumulo e distensione, esposizione e dispiego: tutto lo scheletro musicale di questa sezione corre sul filo dell’anticipazione tematica e della ripresa a targhe alterne. Di fatto, il pezzo è uno solo, ma le sue diverse componenti vengono svelate una alla volta, in una segmentazione progressiva che si trascina per oltre venti minuti. Il mood della strumentazione si adatta di conseguenza: sgangherate sciabolate garage che si dibattono tra effettacci space-noise, imponenti riff proto-doom (i Sabbath elefantiaci della seconda metà di “Altered Beast III”), frenetici palm mute e intricati montanti di grande potenza (su tutti, gli incastri ritmici di 5/8 e 9/8 in “Altered Beast II” e l’avanzare polimorfico di “Altered Beast IV”, l’ennesima conferma delle non comuni abilità tecniche del gruppo). Nulla che già non conoscessimo, s’intende: ma si arriva a “Life/Death” (rielaborazione dello stacco melodico inserito tra 1:57 e 2:07 di “Altered Beast II”) con la netta sensazione di stare per assistere a qualcosa di grosso.

Detto, fatto. Il secondo terzo (“The Lord Of Lightning Vs. Balrog”), sorta di metafora a buon mercato dell’eterno scontro fra il bene e il male, si apre sull’interludio di “Some Context”, che resuscita gli orientalismi della vecchia “People-Vultures”. Semplice vezzo autocelebrativo? Non proprio, considerato che il brano centrale, “The Lord Of Lightning”, sintetizza mirabilmente i rumorismi dissennati di “I’m Your Mind Fuzz” (il giro di basso conclusivo è scippato pari pari da “I’m In Your Mind”) e l’arcigna elettricità ricorsiva di “Nonagon Infinity”, entrambi in versione squisitamente Fuzztones. I riferimenti si decuplicano anche nelle sottili stilettate orrorifiche dell’ottundente synth-kraut-garage della successiva “The Balrog” e nell’epica galattica di “The Acrid Corpse”, che conduce direttamente tra le fauci dell’ultimo capitolo (“Han-Tyumi And The Murder Of The Universe”). La scomparsa di Leah Senior in favore di un sintetizzatore vocale è la spia di un irrigidimento, tematico e musicale, dell’intero discorso. Già in “Digital Black”, infatti, i muscoli si fanno più pronunciati, il dramma accentuato: e se “Han-Tyumi The Confused Cyborg” è una semplice pausa spacey, “Vomit Coffin” è un doom trogloditico nel cui tozzo corpo principale si fanno largo quegli arabeschi che, nella maestosa title track conclusiva, segmentano a volumi esagerati l’irrefrenabile flusso di coscienza del cyborg narrante.

Amateli o odiateli: nessuno, oggi, suona così. Game over, folks!

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