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R Recensione

7/10

King Gizzard & The Lizard Wizard

Polygondwanaland

Per il quarto giro lungo di giostra dell’anno (riusciranno davvero a portarne a casa un altro entro venti giorni, e con il Gizzfest di mezzo appena conclusosi?), gli otto sciroccati dell’Aussiepocalisse annientano ogni residua forma di concorrenza in ambito comunicativo: il che, detto in parole povere, significa non sbagliare un colpo di marketing che sia uno – giacché il portafoglio, si sa, è oggetto prezioso anche per i garage rockers più incalliti. Con sicuramente minor clamore – ma non minore acume – dei Radiohead di “In Rainbows” e dei Nine Inch Nails di “Ghosts I – IV” (dieci anni fa: preistoria), i King Gizzard & The Lizard Wizard danno in pasto alla propria fanbasePolygondwanaland” nella forma prediletta dalla società liquida, la più nuda e cruda possibile: una copertina-ologramma digitale, un pugno di file ad alta definizione, tutto rigorosamente a costo zero. Stop. Volete l’oggetto fisico? Fatevelo da voi. Anzi: già che ci siete, aguzzate l’ingegno, mettete in piedi una vostra etichetta diy, stampate a più non posso il disco su ogni formato possibile (o quasi: la cassetta, parole loro, fa schifo), vendetelo a destra e a manca. Il ricavato lo tenete voi, la pubblicità è tutta nostra. Chiaramente Stu Mackenzie la mette in altri termini, ma ci siamo comunque capiti.

È un’idea così semplice e a suo modo geniale che, per qualche tempo, rischia di essere il solo, effettivo argomento di discussione, oscurando il reale valore del seguito di “Sketches Of Brunswick East” (la portata loungedelica servita col beneplacito di Mild High Club). Un pericolo, ahinoi, tangibile, l’unico boomerang concreto dell’intera messinscena: a maggior ragione se consideriamo che “Polygondwanaland”, pur essendo il lavoro più ecumenico dell’intera discografia gizzardiana (dodici full lenghts, che dovrebbero diventare tredici con la quinta incognita: mica bruscolini), è un’opera organica e vincente, in grado di ripensare le strutture elaborate negli ultimi anni, correggerne il tiro ed aggiustarne i difetti. Come nel recente passato, dunque, “Polygondwanaland” si srotola in un flusso continuo e mesmerizzante, un torrente di lava kraut in cui si perde ogni netta distinzione tra i singoli brani: rispolvera le scale di quinta, gli appigli arabeggianti, i flauti bucolici, gli intarsi chitarristici; accosta deragliamenti Nuggets a carezze melodiche di comprovata bellezza. “I’m In Your Mind Fuzz” + “Quarters!” + “Flying Microtonal Banana” + “Murder Of The Universe”? In un certo senso sì, ma non solo: “Polygondwanaland” è l’anello più propriamente prog dei Gizzard, il raccoglitore di canzoni dove più evidente emerge la rinnovata perizia tecnica dei melbourniani, la naturale fluidità del loro interplay.

Eccezion fatta per un paio di passaggi arrabattati alla bell’e meglio (nel quasi-rāga di “The Castle In The Air” si risente l’asettica voce narrante di Leah Senior, mentre “Horology” è una traccia di raccordo senza grandi pretese), sono svariati i momenti da salvare e ricordare a futura memoria: il decollo retrofuturistico, attorno ad una linea di basso da paura, del suq garage di “Deserted Dunes Welcome Weary Feet”, il chorus velatamente drammatico di una “Inner Cell” che avrebbe fatto gola ai nostri Aktuala, le acustiche sconnesse e stonate di “Tetrachromacy”, l’odissea nello spazio profondo (e sardonico) di “Searching…”, le speziature library che aleggiano sulla title track… Senza dimenticare per strada, naturalmente, la maestosa “Crumbling Castle” posta, a mo’ di abstract, in apertura di tracklist: una suite arab-prog ipnotica e raffinata come un racconto a matreška di Shahrazād, un favellare senza soluzione di continuità che solo sul finale mostra tutte le sue crepe, sgretolandosi in rozzi e parodistici miasmi doom infestati di fuzz.  

I titoli di coda – con una scatenata “The Fourth Color” che sembra venire inghiottita da un vuoto ambient, salvo risalire a sorpresa e incendiarsi nella consueta, variopinta bordata garage-noise – sono tutto un programma: i Gizzard hanno tutta l’intenzione di concludere il 2017 allo stesso livello di come l’hanno inaugurato. Alto.

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