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R Recensione

7/10

Mojomatics

Don't Pretend That You Know Me

Lagunari yè-yè.

Ne sentivamo la mancanza, dei Mojomatics, anche se, forse, nessuno lo ammetterebbe di diritto. Trascinanti, coinvolgenti, dal suono sporco e retrò, capaci di grandi cose, pur disponendo delle sole chitarra e batteria, a partire dal bellissimo “Songs For Faraway Lovers” del 2006, fra garage, proto-punk, blues. In una parola: rock’n’roll. Quello di un tempo, che non ha mai perso attrattiva. Aggiungeteci un fiero “made in Italy” sulla grancassa, ed avrete la ricetta vincente che fece guadagnare ai due veneziani consenso di critica e pubblico. Come se gli anni ’60 non fossero mai passati.

Ed eccoli, sempre loro, impeccabili nei loro smoking bianchi, ritornare a distanza di appena ventiquattro mesi, con la consueta energia ed un nuovo disco, “Don’t Pretend That You Know Me”, che cerca di convivere col suo predecessore nel modo più naturale possibile, possibilmente con una continuità qualitativa che spesso gli ampi consensi possono smussare. Tranquillizzatevi subito, voialtri, che eravate già saltati in piedi dai vostri comodi divani per paura di un’ennesima, eccellente dipartita: il fulcro del disco è semplice, minimale, ed ancora, incredibilmente affascinante.

Attitudine punk? Sì: dodici pezzi, dei quali solo due superano i canonici tre minuti. Minutaggio totale: trentuno. Aggiungiamoci pure che il suono è più veloce di un tempo, pur non risultando aggressivo. Radici blues? Eccome, ora più che mai: riff diretti, pieni, melodici, profondi. Forse gli impolverati andanti roots si sono un pochino accomodati su soluzioni più accessibili. Il che non significa che il lavoro scorra su binari annoianti. Prevedibili, magari, in parte. La prevedibilità, però, sarà l’ultimo fattore di cui terremo conto nella valutazione finale del disco, viste le influenze certo non innovative.

Diventa poi ancora più difficile rimanere impassibile di fronte a pezzi come “Wait A While”, sfrenato boogie punk’n’roll genuino e contagioso, o il blues elettrico di “Askin’ For A Better Circumstance”, che sembra uscito dritto dritto dal glorioso delta del Mississippi, orecchiabile ed avvincente ad un tempo. Il ticket, poi, viene obliterato con maggior forza e convinzione da un’ironica “You Are Not Me (Unfortunately)”, ruvida e veloce, che costituisce di fatto il lasciapassare decisivo per il resto del lavoro.

Curioso notare come, sebbene gli episodi meritevoli abbondino qua e là nel disco, questi siano presenti in maniera sensibilmente minore nella sua seconda parte, condita solo a sprazzi da idee realmente fresche e godibili. Stride un pochino il contrasto fra una semi-ballata pulsante ed essenziale, dal giro di chitarra morbido e ficcante (“Complicate My Life”), coi groove a vuoto della conclusiva “Winter Got No Eyes”, garage sanguigno, ma un po’ sbiadito e messo a dura prova dallo spettro della ripetitività. O ancora, la poco incisiva “Down My Spine”, dalle atmosfere facili e dichiaratamente FM, scompare sotto la fragranza country che si sprigiona da “Stars Above”, che fra le mani dei veneziani ringiovanisce a tal punto da somigliare ad una nuova colonna sonora del Duemila. Come ottimo è il punk disimpegnato, schiacciato in un’ottica rockabilly, di “She Loves”, il momento più vibrante del cd.

Umani scivoloni a parte, mi ricorderò a lungo di “Don’t Pretend That You Know Me” specialmente per la doppietta d’apertura “Miss Me When I’m Gone” e “Clean My Sins”, che alterna l’r’n’r più tirato, con tanto di armonica a bocca spudoratamente dylaniana (leggasi, questo, come un pregio!) ad un folk rock spigoloso e poco incline ai compromessi. Ed annotiamo, sul tutto, l’ottima pronuncia anglofona della voce principale.

Per chi non ha avuto ancora questa fortuna, consiglio certamente l’integrazione di “Don’t Pretend That You Know Me” con la presenza ad uno dei concerti live dei Mojomatics. Un’esperienza che vi farà tornare indietro nel tempo, pur rimanendo saldamente ancorati al presente. Ed alla fine, ne sarete contagiati. Come direbbe qualcuno di famoso: “It’s only rock’n’roll, but we love it!”. Sapete che ha proprio ragione?

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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TheManMachine alle 0:27 del 15 maggio 2008 ha scritto:

Ottima recensione, Marco, complimenti!

Scrittura: agile e con ritmo. Bravissimo! Proposta: molto interessante, loro sono di certo da seguire con attenzione. Ho ascoltato alcuni brani di questo nuovo album. Ci sento gli Stray Cats, abbastanza vicini. Non che sia un male, intendiamoci. E corre voce che dal vivo facciano scintille, nonostante l'organico ridotto all'osso. Che dire ancora, grande Marco, vai cosi!

Marco_Biasio, autore, alle 21:25 del 15 maggio 2008 ha scritto:

RE: Ottima recensione, Marco, complimenti!

Beh, grazie di tutto Carlo. Sono contento che la recensione ti sia piaciuta! Per quanto riguarda l'aspetto live, non mi dimenticherò mai di quel 25 giugno dell'anno scorso quando, al festival di Radio Sherwood, sono venuti a suonare i Gogol Bordello. Nel pre-concerto saremo stati quasi un migliaio, tutti in attesa della band americana, quando ecco che dal nulla spuntano fuori 'sti due tizi in smoking e cravatta, uno dei due monta la batteria, l'altro si prepara con la chitarra, un paio di salutini stringati che neanche si sentivano e subito via, sparatissimi, a macinare accordo su accordo, groove su groove. Concerto di una quarantina di minuti davvero bello ed emozionante, soprattutto a livello di suono, secco e senza fronzoli come Dio comanda. Ricordo anche come una testa di cazzo vicina a me prendesse in giro il batterista per la faccia che faceva con la sua abitudine di tenere il tempo con cenni della testa (e la cosa era sì un po' buffa, quasi alla Mr. Bean, ma assolutamente secondaria), ma loro se ne sono strafregati alla grande ed hanno continuato a suonare eleganti, inappuntabili ed energici. Alla fine nessun saluto, via di corsa a smontare l'attrezzatura e a toglierla dal palco, per lasciare posto ai Gogol (show coi controcazzi, in cui mi sono divertito un macello). Ma i Mojo hanno lasciato il segno su tutti i presenti: pur non essendo popolari si sono distinti in tutto e per tutto. E non nego affatto che mi piacerebbe davvero un sacco poterli rivedere dal vivo, soprattutto coi pezzi di questo nuovo disco che mi paiono ancora più r'n'r e immediati.