R Recensione

5/10

The Kills

Midnight Boom

Qual’è il grosso problema dei Kills, probabilmente uno dei gruppi più sopravvalutati degli ultimi anni? Forse semplicemente quello di non avere quella scintilla creativa che gli consenta di essere davvero ricordati con particolare godimento e piacere. Perchè Keep on your meanside (2003) e (in misura minore) No wow (2005) erano comunque album discreti che si facevano ascoltare ma che non riuscivano a colpire nel segno e sembravano piuttosto godere di riflesso della fortuna di un genere (il garage-rock) e di una formula (il power duo) in cui gente come White Stripes e Black Keys è a un livello nettamente superiore per carisma e creatività.

Nonostante i Kills possano essere considerati dei cuginetti meno talentuosi resta il fatto che il loro primordiale incrocio tra Velvet Underground, PJ Harvey e Jesus and Mary Chain all’insegna di un blues-rock alla Royal Trux ripulito dei clangori metallici riusciva per certi versi ad ammaliare e si distanziava notevolmente dai gruppi contemporanei più “new rock” per una maggiore interiorizzazione dell’esperienza wave.

Midnight boom però riesce a perdere gran parte di quella verve con la scelta di sfumare il suono in una direzione sempre più oscura e fumosa, privilengiando duetti parlati e ritmi soffusi privi delle accelerazioni di un tempo. È vero che l’iniziale U.R.A. fever sembra ancora abbastanza bilanciata con la sua chitarra grattata e sporca ma già emerge come l’atmosfera diventi più elettronica e digitale. Impressione più che confermata da Cheap and cheerful che vira verso un pop femminile da monella.

Il livello purtroppo non è molto elevato ed è difficile non vedere come spesso i Kills sembrino essersi ridotti a una cover band degli Yeah Yeah Yeahs (Tape song, Hook and line). Tra classiche ma insipide sventagliate garage (M.e.x.i.c.o.c.u.) e poco riuscite romanticherie minimali (Black balloon, Goodnight bad morning) si rimane impigliati perfino in duetti un tantino piatti e infantili (Getting down) prima di riuscire a salvare il frizzante piglio garage-pop di Last day of magic che gode di chitarra dal riff intrigante di nuovo in primo piano e trama emotiva discreta. Sul finale del disco c’è poi un terzetto di brani che sembrerebbe accentuare la ricerca di un ballabile low-fi: Sour cherry è senz’altro l’episodio meno riuscito ma il beat di Alphabet pony e il groove di What new york used to be dimostrano che ci sono margini di miglioramento molto interessanti.

Se però consideriamo pure che siamo sotto i 35 minuti di durata si può affermare senza problemi che era lecito attendersi di più dai Kills. L’impressione è comunque di esser di fronte a un disco di passaggio e per certi versi sperimentale rispetto al sound dei primi due album. Per ora l’operazione non sembra particolarmente riuscita ma il futuro ci racconterà di più.

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 9 voti.
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carew 6/10
Zorba 9/10
Dengler 4,5/10

C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 4 questo disco) alle 10:29 del 22 aprile 2008 ha scritto:

Quale gruppo recante la dicitura "The" non è stato sopravvalutato del resto.....forse solo i Franz Ferdinand eheheh

carew (ha votato 6 questo disco) alle 23:18 del 31 ottobre 2008 ha scritto:

Niente di che, alla lunga annoia. Ma ci son delle canzoni notevoli, tipo what ny used to be, cheap and chearful, alphabeet pony

synth_charmer (ha votato 7 questo disco) alle 15:20 del 10 dicembre 2010 ha scritto:

a me loro piacciono un bel po', invece. Sicuramente più di Black Keys e Yeah Yeah Yeahs. Quest'album ha dei gran bei pezzi