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R Recensione

7/10

The Orwells

Disgraceland

Dischi che scorrono lisci come l'olio. Disgraceland, sophomore degli americani The Orwells (da Elmhurst, piccola cittadina dell'Illinois), è un lavoro schietto ed efficace, un piccolo gioiellino garage-rock che deve tanto sia alla tradizione statunitense (dagli MC5 agli Heartbreakers, passando per il power pop, i Misfits, i Mission of Burma, fino a Jay Reatard) sia a certe contaminazioni british (leggasi The Vaccines).

Cumuli di chitarre distorte, grande sensibilità melodica e attitudine slacker-punk. Sono queste le caratteristiche degli undici pezzi proposti da Mario Cuomo e soci. Brani irresistibili come lo stomp di “Who Needs You”, capace di sfornare un piccolo -e tutt'altro che solenne o impegnato- inno anti-patriottico, o come l'eccezionale “Bathroom Tile Blues”, che alza l'asticella del pezzo standard della band per una cavalcata entusiasmante, o ancora le più semplici e scanzonate “Southern Comfort”, “The Righteous One” (dal riff grunge che più grunge non si può), “Norman”, con quel suo tema di chitarra alla Jesus and Mary Chain, o ancora la strokesianaNorth Ave.”. Brani “leggeri” ma mai raffazzonati: la voce di Cuomo domina fiera, le interazioni tra le chitarre di Matt O'Keefe e Dominic Corso sono sempre impeccabili, mentre la sessione ritmica fa più che dignitosamente il suo lavoro.

Noia? Frustrazione? Rabbia? Ambizione? Talento? Tutto e niente: gli Orwells sono tra i tanti ad aver “reagito” alla provincia americana rivendicando il puro divertimento tramite un'espressività cruda e apparentemente disimpegnata, sperando, magari, in un pizzico di fortuna (che non guasta mai). Chiamiamola spensieratezza e godiamoci questo Disgraceland come si deve.

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