R Recensione

8/10

The Seeds

A Web Of Sound

Nell’ottobre del 1966 negli Stati Uniti si registra un fatto di cronaca drammatico per le miriadi di garage bands di fricchettoni allora in attività: la messa al bando dell’Lsd: base della nascita dell’acid rock e di tutta la cultura underground ad esso collegata.

A questo punto solo una cosa rimaneva da fare: farsi semplicemente delle stesse cose di cui ci si faceva prima, in forma più clandestina …non poteva che venirne fuori una scena ancora più underground di quella del 1965!

Il fatto che i provvedimenti anti Lsd non ebbero l’effetto sperato lo dimostrano le migliaia di giovani che si appassionarono all’acid rock, e le decine di album che uscirono quell’anno per poter soddisfare la loro passione.

Tra questi: The Psychedelic Sound of 13th Floor Elevators, Psychedelic Lollypop dei Blues Magoos, Psychotic Reaction dei Count Five, The Remains di Barry and The Remains, il celeberrimo Freak Out di Frank Zappa, l’ancora più celebre Surrealistic Pillow

Ma è del secondo lavoro dei Seeds, A Web Of Sound, di cui vi vogliamo parlare.

Perché? Perché, strano ma vero, furono i Seeds, seppur in minima parte, a porre le basi per il suono di uno dei gruppi più rivoluzionari e geniali del rock: sissignori, parliamo proprio dei Doors!

Può sembrare strano, ma The Seeds e A Web of Sound, entrambi del ’66, furono i semi da cui nacque se non la “pianta” dei Doors, sicuramente l’humus da cui si svilupparono.

Inutile dire che poi i Doors furono del tutto unici ed inimitabili…

Ma occupiamoci dell’album.

 Il titolo è quanto mai azzeccato, perché grazie all’onnipresente organetto, sembra proprio che i suoni siano intrappolati nella sua densa rete sonora.

Lo dimostra immediatamente la prima Mr. Farmer, filastrocca lisergica ondeggiante su di un basso che sembra sciogliersi, su di un beat secco ed asciutto e, appunto, sulla pregnante e spensierata presenza dell’organetto.

E i Doors?

 Eccoli nel ritornello di Pictures and Designs, dove l’organo e l’uso languido della chitarra, suonata rigorosamente con lo slide, sembrano proprio ricordare dei Manzarek e dei Krieger in fase embrionale. Per il resto è solo la voce del cantante, violenta e febbrile, a mantenere il raccordo col garage rock.

 Ancora in Tripmaker, altra incalzante cavalcata ribelle fatta di chitarre elettriche frenetiche, ritmi mozzafiato e coloratissimi fraseggi d’organetto, e in Tell Myself, più pacata, caratterizzata da un uso meno totalizzante dell’organo, e da una splendida chitarra molleggiata e plastica, si possono scorgere alcune sonorità familiarmente doorsiane.

 Faded Picture è una delicata ed incantata ballata di cinque minuti, che trasuda acidità da tutte le parti. Segue Rollin’ Machine, da cui ci aspettiamo in ogni momento che faccia capolino la voce di Morrison ad intonare Alabama Song, come nella seguente Just Let Go. Ma Alabama Song ovviamente non parte, perché questi sono i Seeds, ancora legati strettamente al garage, e perché all’organetto non c’è Manzarek, alla chitarra non c’è Krieger, alla batteria non c’è Densmore ed alla voce non c’è Morrison.

Poco male comunque, perchè questi ragazzi sono veramente fighi, e costituiscono una splendida testimonianza dell' acid rock ante 1967.

 E questi Seeds sono in grado di regalarci l’ultima incredibile Up In Her Room, jam sfibrante nuovamente evocatrice di tratti doorsiani, per una durata complessiva di quasi quindici minuti. Ora siamo davvero in piena psichedelia, sbalzati da organetto, basso, batteria e chitarra, per sinuose ed instabili atmosfere trasognanti ed ipnotiche, degne dei migliori autori del rock lisergico.

 Insomma, non sono i Doors, ma se la cavano egregiamente.

Da ascoltare !

V Voti

Voto degli utenti: 9/10 in media su 1 voto.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.