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8,5/10

Wooden Shjips

Wooden Shjips

Se si potesse prendere questo album dei Wooden Shjips e dividerlo in un puzzle composto da tanti pezzi corrispondenti a tutti i generi che lo hanno influenzato, otterremmo una quantità immensa di tassellini. Questo perchè i quattro di San Francisco hanno amalgamato così tante esperienze, generi, artisti, dagli anni ’60 ad oggi, che il risultato sembra essere qualcosa di totalmente nuovo!

Ci sono chiari rimandi ai Velvet Underground e al garage rock, assieme a sonorità space rock alla Hawkwind, ma si attinge anche alla musica cosmica, quindi al kraut rock, poi allo shoegaze alla Spacemen 3, ed infine alla neo-psichedelia in stile Dadamah…Il tutto per un risultato davvero incredibile e innovativo.

I Wooden Shjips ci sparano addosso quest’opera che è sia un libro di storia sia una novità freschissima, e che ci fa contemporaneamente sospirare per il passato ormai andato ed annusare un’aria vivificante di progresso e avvenire.

Un perfetto mélange, tutt’altro che manierista, piuttosto si potrebbe dire romantico, di passato e presente, dotato di una costante tensione al futuro, concretizzato in un flusso compatto e denso di suoni allucinati, ipnotici, taglienti, spaziali…

Si parte con We Ask You To Ride, pezzo in bilico tra revival anni ’60 e kraut rock, dominato da una trama scorrevole di organetto, da un drumming preciso e minimale e dalla voce riverberata e alienata di Erik Johnson, quando tutto viene squarciato da feedback fluttuanti ed acidi. Si tratta di un viaggio nello spazio più turbolento e distorto, anni luce di distanza da quello dei Tangerine Dream. La chiusura in fade out è quanto mai spaesante ed ipnotica. Difficile immaginare un viatico migliore per la seconda traccia!

Losin’ Time cambia tono: un riff ripetitivo di chitarra imperversa su una voce che si amplifica in mille eco e in un riverbero cromatico dalla spettacolare efficacia. Siamo qui a metà strada tra Stooges, Hawkwind e Jesus And Mary Chain, tra schitarrate proto punk, atmosfere spaziali e rumorismo ipnotizzante.

In Lucy’s Ride le atmosfere si fanno ancora più rarefatte, e la voce si perde e discioglie ulteriormente in questo mood lisergico totalizzante. Così, gli eco vanno ad intrecciarsi, perdersi, sciogliersi nelle trame fluide dell’organo, e vengono solcati e cavalcati dagli assoli sublimati e psichedelici della chitarra di Johnson. Tutto questo mentre la batteria di Omar Ahsanuddin segna incessantemente un ritmo minimale dalle evidenti qualità intorpidenti. Impossibile trovare un’influenza che sovrasti le altre: per questo vale la pena lasciar perdere, e considerare questo pezzo come una sintesi unica ed inedita.

Blue Sky Bends attinge da ogni tipo di sperimentazione passata, donando nuove valenze all’album in questione, illuminandone altre sfaccettature, finora rimasti in penombra. Incredibile con quanta attualità e freschezza i quattro Wooden Shjips siano in grado di riproporre questo tipo di psichedelia anni ’60, dove è di nuovo l’LSD ad essere il protagonista, dove è la ricerca di un’armonia con il mondo, di un espansione della mente, di una verità più profonda ad essere il motivo dell'atto di drogarsi, e non un atto nichilista o autolesionista di fronte ad una consapevolezza schiacciante della crudeltà del mondo (come per gli Spacemen 3). Non annullamento di se quindi, ma ricerca ed espansione delle miriadi di facce luminose e arcane dell’Io.

Le distorsioni penetrano a fondo nel nostro cervello, per prepararci all’ultima, grandiosa, Shine Like Suns.

Stessa formula, stessi ritmi, stessi ambienti rarefatti ed immaginari, ma ora sviluppati maggiormente, sia nella lunghezza (il brano dura dieci minuti) sia nella forma. E si riparte dunque con l’ennesimo viaggio nello spazio (o nella nostra mente), comunque sia in una dimensione immateriale, infinita, fatta di pensieri e sensazioni, di paure e di pulsioni istintive.

I Wooden Shjips sembrano aver capito che l’esplorazione di questa dimensione metafisica non sarà mai retriva e stantia, ma continuerà ad essere affascinante e, nella sua sconfinata vastità, ricca di nuovi mondi da esplorare.

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Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 5 voti.

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doopcircus (ha votato 7 questo disco) alle 8:22 del 8 ottobre 2007 ha scritto:

Disco interessante ...

In cui in effetti ognuno può scorgere frammenti e scorie musicali differenti: io ad esempio in We Ask You To Ride ci sento anche tanto i Doors e in Lucky's Ride a tratti intravedo la morbosità dei Suicide. A dirla a mio parere un pochino troppo derivativo, ma comunque di ottima fattura

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 8:48 del 8 ottobre 2007 ha scritto:

scaricato ieri

aspetto di sentirlo, ma dall'unicxa traccia in streaming non eran male. Il problema è che di gruppi innovativi nell'ambito psych non ce ne sono praticamente. Esistono ottimi sincretizzatori di materiale passato. Questi poi mi sembra siano compari degli Assemble Head In Sunburst Sound, peraltro ottimi (ma derivativi pure loro). Forse il disco di quest'anno nell'ambito revival psych che mi ha colpito è stato "Plume" dei Giant Brain, ottimo.

Cas, autore, alle 10:02 del 8 ottobre 2007 ha scritto:

non lo considero innovativo, anzi...però quando sento del rock psichedelico fatto così bene mi esalto (il voto lo conferma)...

Peasyfloyd alle 11:01 del 8 ottobre 2007 ha scritto:

caspita

dalle influenze annotate mi sa che dovrò procurarmi questo disco il prima possibile! Che poi chissenefrega se è troppo derivativo, cioè alla fine riuscire a inventare nell'ambito psichedelico la vedo un'operazione pressochè impossibile. Ora come ora riuscire a recuperare e fondere i tanti spunti elaborati dai vari margini della psichedelia degli ultimi 40 anni la trovo un'operazione cmq mirabile e meritevole. Cmq cercherò di procurarmi il disco il prima possibile

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 11:16 del 18 gennaio 2008 ha scritto:

Alla fine devo dire che si fa scoltare molto bene, Loosin' Time è un plagio di No Fun, però alla fine è un disco che sto sentendo quasi sempre da due mesi. E non è poco di sti tempi