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R Recensione

5,5/10

Lord Huron

Lonesome Dreams

Di Ben Schneider già si è avuto modo di parlare, brevemente, su queste pagine. La doppietta di EP “Into the Sun” – “Mighty”, del 2010, portò ad un discreto interesse verso il cantautore del Michigan, artista visivo, specie da parte della stampa americana – suggestionata di base (recentemente, ad esempio per Bon Iver), da certi processi di maturazione sentimentale e redenzione identitaria. Oggi è tempo di analizzare il primo LP dei Lord Huron (il mutamento, definitivo, a band), “Lonesome Dreams”, in uscita in questi giorni per IAMSOUND.

A partire dal lungo tour post Mighty, Schneider ha gradualmente ricalibrato l’estetica del proprio sound, in favore di un’epicità meno carnevalesca e psych, bensì più eroica, dal connotato altamente valoriale, esistenziale - declinata su grandi temi morali e naturali. Concept di formazione “Lonesome Dreams”, letterario per molti aspetti (nelle architetture liriche: l’ispirazione dalla figura poetica e leggendaria di “Billy the Kid”, e dai romanzi di Cormac McCharty e Lurry McMurtry); e dal taglio, notevole, pop (tra suggestioni mediorientali e d'occidente).

Cavalcate di folk orchestrale ad ampio spettro, in effusioni tropicali, western o ad intensità (i suoi viaggi indonesiani, messicani) esotica (“Time to Run”, “The Man Who Lives Forever"), grandi spazi al chiar di luna; o carnevaleschi, per poliritmie e cromature (“Ends of the Earth”) - chitarristiche, come nei giri di "Lonesome Dreams”, "I Will Be Back One Day”). Di contro, ballate introspettive, in malinconie senza tempo (“The Ghost on the Shore”, “Lullaby”), accompagnate da certe code redentive (gli archi, nella conclusiva “In the Wild”)

Fleet Foxes, Arcade Fire, SerynMidlake, My Morning Jacket ,Band of Horses sono riferimenti di oggi che accompagnano spesso i Lord Huron, sensazioni materializzate in spazi di oniricità americana, eroica solitudine. 

Ma l’incanto delle suggestioni proiettate (tanto da certe armonie, quanto nel condensarsi e il distendersi dei climax emotivi) non sempre funziona, in onestà: l’appesantimento degli arrangiamenti, e del lavoro di produzione (ambizioso) lascierà, si immagina, disorientati. Insomma: lo studio (Schneider, fino ad oggi, aveva sempre registrato e prodotto in casa) sembra aver corrotto la portata del sound dei Lord Huron - preferibile, per chi scrive, in vesti meno sgargianti, da home recording o nella rese live.

Gli incastri orchestrali (su scheletro da cantautorato) fin troppo plastici, o trionfali, in certi passaggi; l’uso compiaciuto del cantato; la ricerca spasmodica di armonie vocali perfette (ma a raggiungere compiutezza solo a stento: “I Will Be Back One Day”, “In the Wild”, "The Man Who Lives Forever”): tutto ciò ridimensiona, e dispiace, la qualità di un prodotto deficitario in termini di compattezza, di conseguenza incapace di farsi apprezzare nella sua, complessa, struttura globale. 

Restano una manciata di momenti davvero estatici: le splendide “Ends of the Hearts” e “Time to Run”, a strappi “Lonesome Dreams” e “In the Wild”. Poca cosa, considerate le aspettative: in parte, il voto non può che rappresentare questa delusione.

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