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R Recensione

6,5/10

Pearl Charles

Magic Mirror

Pearl Charles è una cantautrice californiana, la cui iniziazione musicale inizia prestissimo, a cinque anni. Ancora teenager forma un duo country, i Driftwood Singers, di cui è voce, chitarra e uno strumento a corde tipicamente appalachiano, l’autoharp, spesso accostato al bluegrass. Votatasi al rock, inizialmente garage rock, anche come percussionista, inizia un’attivita solista nel 2015, dimostrandosi fin da subito attenta a quelli che rimarranno per lei riferimenti sonori costanti, che sono letteralmente un viaggio nel tempo. Ascoltando il suo ultimo lavoro, Magic mirror, non sappiamo se dover considerare il nostro il decennio dell’assassinio Kennedy, quello degli ABBA o di Laura Branigan.

Nominando gli anni Settanta, probabilmente la traccia meno interessante dell’album è proprio la title track, dove ascoltiamo un piano proprio stile ABBA, piuttosto retorico e impreziosito da liriche fin troppo agrodolci. Interessanti invece altre tracce, dalla scatenata Only for tonight, omaggio strumentale e vocale a stili ormai etichettati con l’odiosa etichetta vintage e, naturalmente, alle storie d’amore che durano solo una notte, a What I need (simile in questo alla successiva Slipping away), dove Pearl dimostra di riuscire a realizzare brani che pur inventando poco e nulla riescono sia dal punto di vista strumentale (qui i giochi di basso e di percussione, anche a mano) che vocale. Piacevoli gli interventi di fiato e di synth, che virano più verso il mondo new wave, di Imposter, quelli corali di All the way, che mescolano davvero i decenni, o le più solitarie storie folk di Take your time. Riconoscibilissimo un brano come As long as you’re mine, sulla scia di sempreverdi autrici blues e country come Bonnie Raitt. Sweet sunshine wine, brano tradizionalissimo, contiene persino un assolo (bruttino) di clavicembalo - ma non è proprio l’ideale per un brano del genere - lo vedremmo meglio, e in effetti è così, in un brano particolarmente polveroso dei Beach House piuttosto che in simili ballate.

Dove si poteva osare di più non lo si è fatto, e dove si poteva osare di meno si è osato, per un album nel complesso riuscito che tuttavia fa da biglietto da visita per lavori futuri più convincenti.

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