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R Recensione

7,5/10

S. Carey

Range of Light

Sean Carey, nel suo profilo di Instagram, ha associato una foto a ogni brano di questo Range of Light. Nove, ottime immagini; tutte esterne, rustiche, bucoliche, marine. Non potrebbe essere altrimenti, essendo Carey originario del Wisconsin. Come Justin Vernon, del quale è stato il percussionista, e braccio destro, nel progetto Bon Iver (ora in stand-by, o forse morto). La natura come fattore determinante, per chi vive in quei luoghi, dove la quotidianità non può essere scissa da una foresta di alberi, da un animale selvatico che indugia inosservato, dall’acqua lenta di un fiume che scorre. La natura nell’atmosfera di un lavoro carezzevole, e spesso emozionante nella sua indolente tristezza. 

Le incredibili assonanze con Bon Iver (etichetta Jagjaguwar, naturalmente) sarebbero state palpabili pur non sapendo che Carey in quel “Buon Inverno” è maturato. Si vedano i falsetti di Fleeting Light, i fiati e le voci fuori campo di Glass/Film, la chitarra di The Dome, e tanti altri episodi ancora. Non sono momenti fugaci: il sound e il songwriting di Bon Iver permeano nella totalità un disco che del resto, dal punto di vista lirico, è tutto poetico, sentimentale.

La delicatissima voce, appena nasale, rimane sempre su livelli flebili, ma appassionati: Carey mai esagera, neanche in qualche acuto che invece era abitudine di Vernon. È un folk che nasce da strutture molto magre, povere, e poi si libera in paradisi ambient e chamber pop, gonfiandosi pian piano, innalzando infrastrutture attorno. Come quando in Alpenglow il pianoforte trasporta altrove, crescendo tra la voce sottile, e termina in un impasto caloroso, con gli archi, vero vertice dell’album. Un ultimo omaggio alla natura sembra tornare all’inizio della fine: l’ultimo brano, Neverending Fountain, si apre con il rumore della neve che crocchia sotto le scarpe, poi si perde nella culla dei violini.

La produzione ottima, la morbidezza del canto, la spontaneità dei testi e delle musiche (nove brani, quanto basta, senza riempitivi o vane estensioni), fanno sì che questo Range of Light non sfiguri se affiancato al sorprendente e già notevole esordio di S. Carey, targato 2010 (All We Grow).

Non ci sono fuochi d’artificio, qui. Sono canzoni pacate, posate in un baule antico. Bisogna possedere un animo sensibile e nostalgico, per amarle. Come quando in quel baule si vanno a scovare vecchie fotografie, scattate all'aperto: sorridendo, curvando la fronte, o toccandosi nervosamente il viso. Nel ricordo e nella malinconica bellezza di ciò che comunque è stato.

 

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