R Recensione

7/10

The Tallest Man On Earth

Shallow Grave

Questo Shallow Grave del giovane Kristian Matsson è un lavoro capace di porre non pochi problemi per un’analisi critica ed oggettiva.

Perché vi chiederete?

Rispondo subito: nonostante spesso sia ingiusto e restrittivo affibbiare etichette e paragonare un album alle somiglianze con questo e quello, in questo caso sarebbe impossibile (nonché ipocrita) non farlo. E quindi ecco, lo dico: ci troviamo di fronte ad una serie di canzoni pericolosamente simili al Bob Dylan dei tempi di The Freewheelin’.

Al che si potrebbe tagliare la testa al toro cestinando questo album come banale ed inappropriata imitazione. Un plagio insomma.

E invece, accidenti, questo non si può fare così facilmente…

Il motivo principale è che alcuni di questi semplici pezzi folk (chitarra acustica e voce) riescono a catturare di brutto, mentre una roba scopiazzata spingerebbe al rigetto e all’indignazione. E poi va detto che il fatto che il nostro cantastorie non provenga dagli Usa, bensì dalla fredda Svezia renda il tutto abbastanza straniante e curioso.

Uno svedese quindi che con massima naturalezza e disinvoltura è capace di sfoggiare una voce nasale e roca spudoratamente Dylaniana, ma con quel tocco di personalità che qui e là fa la differenza e, imbracciata la chitarra, riesce a dipingere dieci quadretti nel loro complesso estremamente evocativi.

A partire da I Won’t Be Found, che sfoggia immediatamente questa straordinaria abilità di rievocare un’ america di altri tempi, qui sicuramente più frutto di sogni e fantasticherie che dell’esperienza diretta che poteva avere appunto Bob Dylan. La seguente Pistol Dreams è la prima di una manciata di canzoni capaci di addolcire il giudizio su questo lavoro: ok, tutta roba già sentita, ma che capacità immensa di far rivivere in tutta la loro purezza quei suoni e quelle sensazioni che credevamo svaniti nelle nebbie del passato. Gli altri splendidi brani che sono già (almeno per me) tra i più belli esempi di folk di questi anni zero sono Honey Won’t You Let Me In (d’avvero spudorata nell’imitazione), la splendida The Gardner, con la sua chitarra gioiosamente ritmica ed il suo incedere baldanzoso e spensierato, la malinconica Into The Stream e la grave This Wind, dove devozione per i maestri e reinterpretazione sincera e personale si mescolano per tutto lo scorrere del brano, avvinghiandoci al serrato intreccio di voce e chitarra.

I brani restanti, pur donandoci qualche momento tutto sommato piacevole (The Sparrow And The Medicine, The Blizzard's Never Seen The Desert Sands) non fanno che ripetersi o annaspare in pose inconcludenti, a partire dalla title-track per giungere alla fin troppo azzardata Where Do My Bluebirds Fly, alla vana ricerca di un intimismo che qui risulta un po’ troppo zoppicante.

Per concludere questo potrebbe anche apparire come un caso da psicoanalisi…Nel senso: perché un cd così può piacere? Perché, pur sapendo che non si tratta di Bob Dylan, faccio finta di ignorare la cosa e mi illudo di essere nel 1963?

Può darsi, e per far si che lo psicoanalista non influenzi il giudizio riportandomi in questo grigio e triste 2008 (in Svezia per giunta), do immediatamente il mio voto, frutto ingenuo della semplice e spensierata forza evocatrice di quella manciata di belle canzoni appena citate di questo problematico lavoro.

V Voti

Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 3 voti.
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wascimo 7,5/10

C Commenti

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eddie (ha votato 7 questo disco) alle 11:30 del 22 maggio 2008 ha scritto:

perchè ingiusto e restrittivo, la concretezza è una dote in musica. mi piace il dylan di freewheelin e rimedierò questo cd, grazie.