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R Recensione

7/10

Afterhours

Quello Che Non C'E'

Chi è legato agli Afterhours non lo ha mai dimenticato. Chi li stima con diffidenza ne prende le distanze. Chi non li ha mai digeriti da quel momento in poi ebbe molti motivi in più per continuare su quella condotta. Ma ci sono due elementi in "Quello che non c'è" che a distanza di dieci anni conferiscono al disco più sperimentale di Manuel Agnelli un'aura tipica dei classici che in nessuna sede può essere discussa: la poetica e l'attualità.

Sì, perchè "Quello che non c'è" a livello di contenuti lirici è ad oggi il disco più sofferto, struggente, malinconico e necessario degli Afterhours. La separazione da Xabier, le grandi aspettative del pubblico e l'idolatria di cui erano oggetto, la sofferenza di sentirsi inadatti ad un ruolo preciso, i critici che li avevano elevati a Status di Autentici Salvatori di quello spirito "rock" italico sempre sul punto di esplodere ma che puntualmente collassava su se stesso: questi, insieme ad altri sentimenti che solo l'autore può riconoscere d'aver provato, hanno creato un magma sonoro e poetico di straordinaria intensità, dove la sperimentazione (soprattutto nel minutaggio dei pezzi e nella orchestrazioni strumentali avvolgenti) assume un significato coerente, come un infinito andirivieni ciclico di creazione, plasmazione e distruzione di pathos pulsante ed elettrico.

Ruvido come la carezza di un artiglio, accattivante come il sorriso del diavolo e generatore di una sana dipendenza come la più riuscita annata di vini che si ricordi a memoria d'uomo, "Quello che non c'è" non mostra una sola settimana di polvere accumulata a fronte del decennio che lo ha oltrepassato.

Merito di una produzione sapiente? Senza dubbio. Merito di una buona scrittura? Ovvio.

Se prese singolarmente, alcune delle composizioni non possono - ad ogni buon conto - essere annoverate con assoluta certezza e insindacabilità tra le gemme migliori di casa Agnelli, è piuttosto il concept intrinseco che si fa strada tra le nove arie dell’LP a dominare su qualsiasi aspetto singolo. Un concept asimmetrico, di totale disillusione («Non dargli mai le spalle se vuoi che tutto sia okay tra voi»), di rassegnata presa di coscienza («Perciò io maledico il modo in cui sono fatto») e di lucida consapevolezza(«Non riesco a godere della mia velocità»).

Ed è in questa sorta di psicanalisi-dark che risiede l'attualità del disco. Autodifese che cedono come burro sotto una lama affilata, l'aggressività come unico rimedio all'intolleranza verso se stessi, nessuna pianificazione sul futuro.

E poi, quella title-track che – citando la recensione uscita all’epoca su Rockstar – può essere definita come la “Losing My religion” italiana. Ma il punto focale del disco, a giudizio di chi scrive, risiede nella traccia più articolata, disperata e deflagrante del disco: “Bungee Jumping”. Un pezzo pieno, distorto, oppressivo, ma tremendamente lucido e affascinante: «È troppo tardi per sentirmi nuovo, tardi per sperare, è troppo tardi per cambiare ancora». Manuel si mette a nudo con tutto il suo essere criptico che lo ha sempre caratterizzato ma con il tono di chi, forse, vuol mostrarsi in una veste opposta a quella consueta.

Sentimenti, sensazioni, brividi che non lasciano indifferenti. Che non passeranno mai di moda. Come un rito collettivo, di catarsi, di morte, di rinascita, di godimento e disperazione che ci arricchisce sempre di nuove particelle emotive e che in sede di live colpisce dritto allo stomaco come un colpo di stato.

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Voto degli utenti: 8,1/10 in media su 14 voti.
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C Commenti

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farmerjohn (ha votato 9 questo disco) alle 14:19 del 7 febbraio 2011 ha scritto:

Disco spettacolare, "bye bye bombay", "bunjee jumping" e poi "quello che non c'è", una delle più belle canzoni italiane di sempre.

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 17:19 del 7 febbraio 2011 ha scritto:

Gli Afterhours che preferisco...

...senza alcun dubbio! Meno derivativi, più intimistici, quasi sensuali. Forse i testi più belli mai scritti da Agnelli, sinceri ed introspettivi, e, sempre parere personalissimo, assieme alle successive, eccellenti, "ballate" il loro lavoro meglio suonato e prodotto. Concordo, poi, col parere del "contadino Giovanni": la title track è veramente una delle più belle ed intense canzoni italiane di sempre! Mi fa ridere, a tal proposito, l'accostamento citato nelle rece, che avrebbe fatto Rockstar (?) definendola la "Losing my religion" italiana: beh, a parte il fatto che non trovo alcun tipo di legame, piuttosto direi - anche in generale và - che gli afterhours (i R.e.m.) non li vedono proprio!

MinoS., autore, alle 17:47 del 7 febbraio 2011 ha scritto:

RE: Gli Afterhours che preferisco...

Credimi che la citazione è reale, posso anche farti la scansione dell'articolo

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 18:01 del 7 febbraio 2011 ha scritto:

RE: RE: Gli Afterhours che preferisco...

No Mino, ci credo eccome che l'hanno scritto! Il punto è: o io non conosco Losing my religion o quelli non hanno mai ascoltato Quello che non c'è.. Bella rece comunque! Per me meriterebbe un valutazione un pò più generosa, ma sono chiacchere dai, bene così!

hiperwlt (ha votato 9 questo disco) alle 18:52 del 7 febbraio 2011 ha scritto:

perché tu vuoi i colori, stai attenta a te

difficile parlare di un disco, e di un gruppo, che ho sempre amato alla follia: c'è troppo "in ballo" per farlo con chiarezza. dico solo che, nella dimensione live, "bye bye bombay" (in particolare la coda finale) e "bungee jumping" sono impressionanti. bella la recensione (in chiusura, proprio daccordo!): introspezione che si spingerà ancor più oltre nel capitolo successivo, a livello di liriche.

Marco_Biasio alle 21:54 del 8 febbraio 2011 ha scritto:

Sì, beh, ma Rockstar... Parliamone, insomma Per loro non ho mai stravisto, ma dal vivo sono davvero bravi e ammetto che abbiano scritto un pugno di canzoni davvero importanti.

skyreader (ha votato 8 questo disco) alle 10:45 del 9 febbraio 2011 ha scritto:

Il mio modo di morire sano e salvo...

Non c'è un album degli Afterhours nel quale mi sono riconosciuto di più. Hanno portato la poetica dei La Crus che sento più affine a me a contesti di autentica irrequietezza alt-rock. Poesia e geometrie oblique. Dopo di questo lavoro non mi sono mai più riconosciuto nella loro musica. Dal vivo furono altrettanto veementi e raffinati (chi ricorda la tournée congiunta con i Mercury Rev?). Sui testi neppure parlo perché potrei scrivere non so neppure quante righe. La title-track è un capolavoro sotto ogni aspetto.

bargeld (ha votato 8 questo disco) alle 14:29 del 12 febbraio 2011 ha scritto:

Disco della maturità, prima parte splendida, cala un po' nel finale. Comunque imprescindibile (nella mia graduatoria personale al terzo posto dopo Germi Hai Paura..)