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R Recensione

7/10

Blastema

Pensieri Illuminati

Rarissimo reperire tanta smaccata ambizione in un’opera prima. I detrattori, sempre alla porta, pontificheranno sulla ridondanza dei suoni proposti, sui connubi illogici e pomposetti di stili e strumenti, sul risultato dannatamente mainstream nonostante palesi velleità alternative. Tutto vero, sacrosanto, non fosse che per il sottoscritto quanto sopra riportato diviene incentivo all’ascolto, anziché deterrente. E non fosse per il fatto che Pensieri Illuminati è, si, il disco d’esordio dei Blastema, ma vede la luce dopo tredici anni di attività su palchi e contest in tutta Italia, e dopo mesi di travagliatissima gestazione irta di imprevisti e cambi di organico.

Si prende molti rischi la band forlivese, realizzando una sorta di operetta rock che deve tanto al prog anni ’70 quanto alla scena indie italiana dei ’90, ma attualizza il tutto rendendo più orecchiabile (radiofonico?) il risultato finale senza per questo dover scendere a leziosi compromessi. Un disco, dunque, che si lascia avvicinare facilmente, ma raramente annoia. Vuoi per le prodigiose linee vocali (da applausi a scena aperta la prova di Matteo Casadei, per estensione e timbro una delle voci più interessanti in cui mi sia imbattuto negli ultimi anni), vuoi per l’innegabile padronanza strumentale (tecnicamente sopraffino l’epico drumming di Daniele Gambi), l’impatto di ogni singolo pezzo, con poche fisiologiche eccezioni, è impressionante e terribilmente a fuoco.

Uso (mai abuso) sfacciato di synth, liquidità pianistiche che esplodono in chitarre distorte, frequentissimi controtempi e impennate ritmiche, pulsazioni, divagazioni improvvisate: una ricetta che si completa armoniosamente con una metrica lirica perfettamente incastonata all’interno dei brani, asservendo il canto a strumento musicale, con esiti strabilianti. Volendo citare per forza alcuni riferimenti, ci si muove in territori Ritmo Tribale, Litfiba, i Marlene Kuntz più furiosi (Canzone da 3 Euro) e quelli più posati (Lucifero, La Prima Cosa), i Muse meno ampollosi (Cioccolato e Viole, la suggestiva La Fine del Mondo), la Cristina Donà degli esordi (Il Destino della Cicala). Il tutto arricchito da interessanti variazioni sul tema – il tribalismo di Spero Ci Sia, le pulsazioni sintetiche della title track – e liriche oblique e visionarie che non trascendono in eccessivi ermetismi. Non convincono del tutto l’iniziale Sperma, e la stucchevolezza malcelata della già citata Lucifero e della finale Paura Mi Fai.

Una produzione più sapiente (il disco è autoprodotto) e poco meno patinata, l’aggiustamento di alcuni passaggi a vuoto: con pochi ritocchi i Blastema avrebbero tutte le carte in regola per avere successo. Resta da stabilire quale target i forlivesi ambiscano a sedurre, se l’ascoltatore radiofonico distratto o l’appassionato vero. Al momento l’equilibrio è effimero, e sbilanciarsi è un pericoloso inesorabile attimo.

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