V Video

R Recensione

9/10

Il Teatro Degli Orrori

Dell’Impero Delle Tenebre

Il mondo è un palcoscenico, e che lo vogliamo o no la vita è sempre una rappresentazione. Che sia una commedia o una tragedia (spesso comunque comica), dipende un po’ dalla nostra inclinazione e molto dalla fortuna, dal destino, dal caso.

La metafora è banale eppure quantomai calzante; e mettere il tutto in musica non è certo facile, ma è una sfida sempre avvincente: c’è la possibilità di dire davvero tutto, da dietro una maschera, ingiurie politiche e sentimenti nascosti, tremende confessioni e dubbi intimi, propositi celati e segreti altrimenti inconfessabili. Soprattutto se la maschera è quella del buffone di corte, che si può permettere anche di deridere il re. Ci hanno provato in molti, in molti modi, da una parte all’altra dell’oceano, ma si è ormai persa la memoria di quando l’esperimento è stato provato l’ultima volta in Italia, se è mai stato provato davvero. E soprattutto, se è stato mai provato in lingua italiana.

Il Teatro degli Orrori” è una sorta di super-gruppo voluto e fondato ormai due anni or sono da Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente (One Dimensional Man) e Gionata Mirai (voce e chitarra dei Super Elastic Bubble Plastic) che hanno ben presto coinvolto nel progetto l’instancabile Giulio Ragno Favero, ex chitarrista degli ODM ed ora batterista dei Putiferio, che qui suona il basso ed ha anche registrato e mixato l’album.

Lo spettacolo si apre con un invito rivolto al maestro ad accomodarsi ed incominciare, prima di urlare che “non si era mai sentito niente del genere”, e di partire in quarta con una frase-manifesto che resterà ben fisso per tutto l’album: “vita mia, a noi due”. Si fanno i conti con l’esistenza già da subito, ma al termine della canzone è già ben delineata la scelta di vita e musica fatta dal gruppo: non c’è voglia di scherzare, e addirittura l’intero campionario di avventure bohémien viene svenduto per un viaggio all’inferno, dove c’è confidenza con Lucifero stesso e, finalmente, “adesso sì che ci siamo”.

Dio Mio” procede seguendo lo stesso stilema, abbondando nelle citazioni di genere più squisitamente basse e terrene (“una notte buia e minacciosa”, “lo sapevi che andava a finire così”, “indietro non si ritorna: questo è poco ma sicuro”), e rendendo chiaro ormai qual è il gioco del gruppo: perseguire lo scopo già delineato dal Teatro delle crudeltà di Artaud, lo squarciamento di quella falsa realtà che oscura e falsifica le nostre vere percezioni, da ottenere tramite la ricerca, mediante simbologie, del giusto punto di collegamento tra testo e significato. Lo fanno scegliendo come narratore (che addirittura dice prima delle canzoni: “senti questa che è bella!”) un misto tra una versione ubriaca del Suonatore Jones di Edgar Lee Master/De’ Andreiana memoria e il Carmelo Bene più inquietante: ne risulta un raffinato poeta di strada che ne ha viste di tutti i colori, che un po’ per la sua condizione e un po’ per l’alcol che gli scioglie la lingua si può permettere di cantarle a tutti.

Capovilla regge sui testi gran parte della forza di questo album: e il gioco funziona davvero bene proprio perché non sono presenti solo riferimenti continui al genere “maledetto” (c’è Baudelaire un po’ ovunque, soprattutto nella prima parte), ma anche saldi riferimenti al genere cantautoriale italiano, De André su tutti. E mentre si è trascinati dai contenuti, quasi non si dà attenzione alla forma, cioè la musica, che pesca liberamente – ma intelligentemente e con grande sapienza – tra “gli amori di sempre” dei quattro: Shellac, Melvins, Birthday Party, Jesus Lizard, a conferma, se ce n’era bisogno, che questi quattro ragazzi non sono solo intelligenti ma con gli strumenti ci sanno anche fare davvero, e che la riflessione in questo album non si ferma solo ai testi.

Si raggiunge l’apice della sbornia nella riuscitissima “E Lei Venne!”, favola maledetta tra gli episodi più belli, prima che l’album svolti verso una dimensione più impegnata con “Compagna Teresa”, che già dal titolo suggerisce come Teresa sia la personificazione di un’ideologia (“lo sai con te muore ognuno di noi”), e lo scarto è compiuto definitivamente con “Dell’Impero Delle Tenebre”, dove si capisce perché i quattro abbiano dichiarato che questo, in fondo, è un album politico: se la prendono, qui e nelle tracce successive, coi castelli di carte del re, con la memoria del XX secolo, con le mine made in Italy, con la televisione, con la guerra, che c’è “ma è tutto ok”, suggerendo come soluzione un “Carroarmato Rock!”, che ci faccia morire di musica e non di paura.

Non c’è più voglia di far polemica ma l’alcol fa ancora effetto, ed affiorano adesso i sentimenti più intimi, quelli inconfessabili: “Il Turbamento Della Gelosia” traghetta con un finale stupendo l’album verso la sua ultima dimensione, quella più intima, più nascosta. Ma dalla gelosia, dalla solitudine di quel “bambina mia, quanto mi manchi”, parte la regressione totale allo stadio infantile, e l’ubriaco vorrebbe ritornare piccolo, ripensa ai momenti felici della sua infanzia, prima che diventasse quasi obbligatorio, da grande, affogare nell’alcol l’amarezza di un’esistenza comunque balorda, e rivolgendosi all’amata stravolge il legame affettivo che li lega sublimandolo in un amore filiale. Forse è proprio nella citazione da Truffaut presente in “Lezione Di Musica” che Capovilla e tutto Il Teatro Degli Orrori tocca il suo apice emotivo.

L’album volge al termine, lo si capisce perché ne “La Canzone Di Tom”, Tom se n’è andato via, per sempre, e Tom, che riesce “ad illuderci di essere ancora tutti vivi”, è forse proprio quel suonatore/narratore attraverso il quale tutto l’album si racconta. Ma non è per dirci che Tom se ne è andato che Il Teatro scrive questa canzone, ma per dirci che “cantare una canzone” è “non dimenticarti più, averti sempre con me”, e che “uno di questi giorni la farò finita pure io”.

Pare l’abbia fatta finita davvero, e comunque l’avventura di questo disco finisce davvero, in “Maria Maddalena”, unica canzone dove la componente mondana, il campionario delle emozioni umane lascia spazio alle sensazioni ultraterrene, religiose, in una sorta di marcia che pare l’ascesa al paradiso degli ubriaconi.

E’ un disco bellissimo, fatto da gente che ama la musica veramente. Un’opera maiuscola che sorprende per lo spessore dei contenuti e la raffinatezza musicale, solo velata dall’apparente attitudine lo-fi e casinara della produzione. Una ventata d’aria pura e freschissima in mezzo al fetore stagnante del rock-pop italiano da classifica, un concept-album anomalo, tenuto insieme dalla passione di chi crede ancora nella musica come arte.

Un piccolo miracolo, tutto italiano. Ma a pensarci bene, un miracolo non può essere piccolo, né italiano: è un miracolo e basta.

V Voti

Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 24 voti.

C Commenti

Ci sono 9 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 17:00 del 24 maggio 2007 ha scritto:

In effetti

Album abbastanza innovativo, che sfora dal triste stereotipo del dischetto rock mainstream italiano... Bello, ma non un capolavoro. Bellissima recensione.

Baldaduke (ha votato 7 questo disco) alle 10:52 del 21 luglio 2007 ha scritto:

due paroline al riguardo

Parlare di stoner-rock potrebbe essere riduttivo, in quanto prima di tutto “Dell’Impero Delle Tenebre” è certamente un disco cantautorale.

Parole inzuppate in un romanticismo visionario, tinte di oscuro (“Maria Maddalena”), sbeffeggianti (“Carrarmatorock!”), che trattano la realtà come fosse un incubo dipinto dal Fussli più delirante.

Da Carmelo Bene a Capossela passando per De Andrè.

La musica è quanto di più calzante potesse essere concepito per declamazioni di questo genere: impeti di aggressività pura quasi grindcore (“Vita Mia”) frammisti a sprazzi di post-slowcore (come sul finale de “Il Turbamento Della Gelosia”); i fans di Melvins e Jesus Lizard non ne rimarranno delusi.

Forse alla lunga questa attitudine stroppa un po’, ciò dovuto anche ad un approccio lo-fi in certe situazioni un po’ opinabile, ma il difetto è unico mentre i pregi molteplici.

In definitiva un album stimolante, che prende quel poco di buono che il pop-rock italiano ha prodotto in questi anni e lo veste di abiti nuovi, dimostrando che per fare della buona musica la prima caratteristica da avere è una grande passione per essa, cercando di concepire la propria opera come un oggetto d’arte e non come un gingillo da mero intrattenimento.

Insomma, musica non per i piedi. Musica per il cervello.

Lux (ha votato 5 questo disco) alle 13:14 del 11 aprile 2008 ha scritto:

Quando il cantautorato italiano si fonde con un fare Hardcore abbastanza antiquato. Quel che esce non mi esalta.

IcnarF (ha votato 9 questo disco) alle 11:43 del 24 dicembre 2008 ha scritto:

...

poi chi parla di stoner-rock per questo disco, non capisce un cazzo, ma proprio un cazzo.

bargeld (ha votato 9 questo disco) alle 0:08 del 28 gennaio 2009 ha scritto:

forse non è un capolavoro, ma come afferma il recensore è un autentico miracolo. un album che mi ha sorpreso in tutti i sensi, spiazzante perchè inaspettato, lasciandomi in qualche modo esterrefatto. cosa rarissima coi dischi di oggi.

capovilla è gigantesco. solo gratitudine per quanto ha dato alla musica in italia

Gengis il Kan (ha votato 9 questo disco) alle 12:58 del 27 marzo 2009 ha scritto:

No, no e' un capolavoro. Il miglior disco italiano di questo decennio e forse anche di piu'.

TomooTaniguchi (ha votato 8 questo disco) alle 2:17 del 9 dicembre 2009 ha scritto:

Ottimo esordio, con brani belli potenti come "E Lei Venne", "Carrarmatorock" e "Maria Maddalena". Ma il capolavoro sarebbe arrivato in seguito, come di sorpresa. Questo ha qualche piccolo scivolone ("La Canzone Di Tom", per quanto bella, non è ai livelli delle altre tracce).

Giuseppe 57 (ha votato 10 questo disco) alle 11:37 del 14 ottobre 2010 ha scritto:

Un piccolo miracolo

Condivido in toto. Capolavoro.

NathanAdler77 (ha votato 5 questo disco) alle 16:10 del 6 dicembre 2010 ha scritto:

Scende la notte.

Sarà che Capovilla mi procura gli stessi stimoli di un Gremlins vestito da Babbo Natale (ed è molto + ispirato nei One Dimensional Man), ma io li trovo insopportabili tout-court, di una pretenziosità assoluta...Il Teatro Degli Orrori è tutto quello che non sopporto del cosiddetto alternative-rock tricolore, piatto, provinciale e stereotipato. Se questo è il miglior disco italiano degli ultimi anni stasera mi reincarno nelle mutandine di Belén.