Marlene Kuntz
Il Vile
Occorre una densa dose di disagio personale per accostarsi al secondo, prezioso, lavoro dei cuneesi Marlene Kuntz. Per riuscire ad accettarne , felicemente turbati, la lucida, disperata amarezza.
Perché quello dei Marlene è un mondo torbido e capovolto.
La viltà è un livido pregio. Ci sono giochi viziosi che se si giocano in tre si gode per tre ("Tre di tre").
E società misteriose di parassiti e filistei ("Retrattile") e ancora agguati di note sdegnose e soffi di cenere ("L'agguato", "Cenere").
Le trame sonore si risolvono più spesso in assalti frontali taglienti e gelidi con rari ma intensissimi sprazzi di sonica melodia. Le liriche, oscure e violente, paiono spasmi lunatici non sempre immediatamente comprensibili , ma che si lasciano urlare e sussurrare con mestizia.
Una nota di merito per l'ottimo Luca Bergia che alle pelli riesce a tramutare ogni singolo pezzo in una danza sfrenata e liberatoria.
Nel ristretto e frammentario panorama dell'indie rock italiano cantato in italiano quest'album deve considerarsi una pietra miliare imprescindibile e soprattutto estremamente genuina.
Se sono innegabili le derivazioni rumoristiche d'oltreoceano (leggi Sonic Youth) e se l'immaginario sembra pescare a piene mani dai quadretti di desolazione urbana targati Berlino (Nick Cave, Einsturzende Neubauten) il progetto tende a conservare gelosamente una originalità provinciale e italianissima che ne asciuga le eventuali imperfezioni di fondo valorizzandone l'immediatezza e l'istintività.
Non una delle canzoni è infatti priva di viscerale mordente e le parole vengono usate in modo ardito ed estremamente efficace (magistrali in questo senso i toni epici e affossanti dell'amorosa -funebre ode "Ape regina").
Il tema portante dell'album paiono essere disturbatissimi amori, fili conduttori di storie monche e fragili.
Amori imperfetti, immaturi e carnali.
Che trovano umido sfogo in rapporti sessuali dagli esiti inevitabilmente fallimentari. "Io che son bimbo, io non intendo, ma piange forte il mio cuore sai perché? Non ti so scopare, non ti so scopare…" ("Cenere").
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