R Recensione

7/10

The Softone

These Days Are Blue

Da Napoli a Portland.

Questo il lungo tragitto compiuto da These Days Are Blue dei Softone, concepito a Napoli dalla mente del songwriter polistrumentista Giovanni Vicinanza e registrato a Portland dal produttore Adam Selzer. E se un lavoro italiano riesce a fare così tanta strada un motivo c’è di sicuro…Vuoi perché Mr. Vicinanza ha davvero molto talento, vuoi perché nelle sue dodici canzoni sono presenti tantissimi riferimenti e citazioni del panorama musicale internazionale di ieri e di oggi, fusi assieme grazie ad una personale vocazione intimista e melodica. Una ricetta vincente per dirla tutta.

Già dalla prima traccia intuiamo la delicatezza di questo lavoro: Hello And Say Goodbye, dalle reminescenze e dalle sonorità pienamente beatlesiane, con quell’assolo alla fine del pezzo di stampo smaccatamente lennoniano, cattura subito la nostra attenzione…La voce di Faris Nourallah (presente anche nella successiva I’m Not Alone) completa poi una prima traccia capace di inaugurare al meglio l’album. Si procede con la ballata pop-rock di All My Days, duettata assieme alla sorella Emma Vicinanza, e impreziosita dai numerosi inserti pianistici e chitarristici cesellati e sempre al posto giusto. Un’altra gemma pop a base di slide-guitar ci giunge con All My Days, per non parlare poi della seguente Having A Coffee, dove ritroviamo un pianoforte insistente impegnato a dare al pezzo un vigoroso apporto melodico, impreziosito dal fugace intervento chitarristico nuovamente ispirato da John Lennon.

Dear Mercy è un evidentemente omaggio al grande Elliott Smith, eseguito in maniera del tutto fedele e devota, anche grazie all'apporto di Songs For Ulan: sicuramente uno dei pezzi più toccanti dell’album. I Wilco e la loro fragile delicatezza fanno poi capolino a più riprese in pezzi come For Tonight (accarezzata da un’armonica a bocca), dove su una base malinconica si inseriscono progressivamente arpeggi brulicanti capaci di gonfiare i brani in emozionanti crescendo, e in You Could Change My Life, dove è un violino che contribuisce a dare enfasi al tutto. Decisamente più rock la desertica From The Backyard, introversa e leggiadramente jazzy la sognante Close Your Eyes e incantevole il lento incedere di Get You Soon.

La conclusiva Promises, sospesa comodamente tra elettronica e indie-pop prende commiato con la raffinatezza di cui Giovanni Vicinanza si è abbondantemente dimostrato capace, riportando alle nostre orecchie gli arrangiamenti che introducevano la prima Hello And Say Goodbye, chiudendo così il cerchio.

I Softone  dimostrano quindi di essere capaci di stare al passo dei grandi dell’indie pop internazionale, regalandoci un album di cui si sentirà sicuramente parlare ancora in futuro, un album capace di stare vari gradini al di sopra di tutta quella musica melodica e pop italiana che più che celebrata si autocelebra. Qui vince l’arte insomma, These Days Are Blue ne è una buonissima prova.

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fabfabfab alle 9:34 del 3 luglio 2008 ha scritto:

Tombola ! Mi sa che questo me lo sono perso! Devo rimediare subito ...