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R Recensione

9/10

Beat Happening

You Turn Me On

Diceva Nietzsche che ciò che è grande nell’uomo è che egli è un ponte e non una meta. Lo stesso si può dire del pop. Il pop non è un punto di arrivo, è transizione. Lo hanno capito i Jesus and Mary Chain che nel loro capolavoro Psychocandy hanno provveduto a distruggere letteralmente la perfetta canzone melodica di tre minuti da primo posto in classifica con muri di feedback e distorsioni. Lo hanno capito i Beat Happening che nel loro capolavoro You turn me on, hanno trasformato le loro zuccherine filastrocche pop in malate e confuse composizioni minimaliste che con dionisiaca sfrontatezza e senza alcun rispetto per le convenzioni, hanno fatto perdere al pop la sua decennale verginità.

Se è  vero che gli Young Marble Giants già nel lontano 1980 avevano dato alla luce alcune gemme di pop semplice e delicato da cui i Beat Happening hanno attinto a piene mani, d'altro canto il grande merito del terzetto di Olympia  non sta certo nell’aver inventato un genere ma nell’ avergli fornito una declinazione morale: il suono dei Beat Happening diviene ben presto all’interno dell’ ambiente underground statunitense l’emblema stesso dell’anticonformismo, del rifiuto delle logiche del music business. L’etica Lo-Fi parte da qui, dalla voglia di avere un rapporto diretto con l’arte, di sentirla come propria e non come un alienante prodotto industriale, di fare musica per passione e con passione. Un approccio, diretto discendente del “Do it yourself” di punkeggiante memoria, che ha spinto il leader, Calvin Johnson, a fondare l’etichetta indipendente K e a pubblicare tramite essa tutti gli album del suo gruppo.

Fin dalla opening track, Tiger trap,  la rivoluzione in casa Beat Happening è manifesta: quasi sette minuti che ripetono all’infinito un giro di chitarra ubriaco cadenzato in maniera maniacale, con la caratteristica voce baritonale e solenne di Johnson sempre in primo piano e la batteria ossessiva e monotona come da manuale del post punk. Nulla a che vedere allora con le canzoncine smaliziate di Black Candy e di Jamboree? In realtà, seppure il suono si sia nettamente indurito e dilatato, i Nostri non perdono nulla in termini di freschezza: l’estetica naif non è tradita, ma anzi ribadita, soprattutto quando è la dolce voce di Heather Lewis a farsi carico di riportare il suono targato Beat Happening entro i lidi più consueti del (indie)pop: Noise e Sleepy head hanno infatti più di un punto di contatto con alcuni esponenti della scena britannica post- psychocandy come Talulah Gosh, Girls at our best e Shop Assistants.

Inno generazionale è Teenage Caveman, agrodolce riflessione sulla condizione di emarginazione dei giovani “diversi” al’interno di una società ormai già speditamente indirizzata verso il post-moderno. Esemplari a tal proposito, le cedenze epiche del ritornello: “Teenage caveman rock with skin and bone/ It’s the cry of the wild/We cry alone, we cry alone”, ma l’apice sono i quasi dieci minuti di Godsend, manifesto del nuovo pop, dove il contrasto chiaroscurale fra la voce dolce e celestiale della Lewis e i riff ipnotici e dissonanti spesi senza riserbo dall’ eretico Johnson crea uno dei dipinti sonori il cui fascino rimanda direttamente alla Sister ray dei Velvet Underground. La chiusura di You turn me on è affidata a Bury the hammer, stupendo congedo giocato su un funambolesco equilibrio di  melodia pop e sperimentazione.  

Del resto, bisogna avere ancora del caos dentro di sé per poter generare una stella che danza.

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Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 4 voti.
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C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 8 questo disco) alle 11:04 del 26 dicembre 2008 ha scritto:

Album molto bello, un po' il sunto della loro carriera di sfortunati ma geniali apripista di certo indie rock. Bella recensione.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 1:59 del 3 gennaio 2009 ha scritto:

Il loro canto del cigno, in pezzi come "Godsend" dilatano il loro classico suono in forme abrasive che hanno influenzato tutto lo scibile lo-fi degli anni 90 ( e non solo). Non è un caso che Kurt Cobain avesse un solo tatuaggio: la K della label di Johnson.