Robert Pollard
Superman Was a Rocker
Robert Pollard è uno degli artisti più prolifici degli anni ’90 e rischia di diventarlo anche per gli anni ’00. Con i suoi Guided By Voices, di cui Bee Thousand e il successivo Alien Lanes costituiscono forse i momenti più apprezzati, ha dato un contributo significativo allo sviluppo del lo-fi e dell’indie-rock, riempiendo poi ogni possibile spazio con la sua intensa attività solista, iniziata nel ‘96, e con le sue molteplici collaborazioni e progetti paralleli.
Con la sua decina di album registrati a partire dal 2000 però non si possono pretendere, considerando oltretutto il genere in questione, continui picchi di creatività e originalità (anche se vi sono alcuni buoni spunti, come quelli su Normal Happiness del 2006). Rischierò di sembrare troppo tranchant, ma il nostro Robert Pollard si sta ripetendo ormai da qualche annetto, cosa dovuta quasi sicuramente al bisogno impellente che lo porta continuamente a scrivere canzoni, cosa di per sé apprezzabile, ma impossibile da non notare con rammarico a livello di critica.
Con Superman Was A Rocker si ha poi un ulteriore abbassamento della guardia, che porta Pollard ad abbandonare la sua serie di canzoni voce e chitarra tutto sommato canoniche, per dedicarsi ad un anarchico e confusionario freak out lo-fi: si tratta qui di una raccolta di outtakes “arricchite” grazie a sovrapposizioni di conversazioni telefoniche e commenti vocali che non fanno che rendere dispersivo il susseguirsi delle tracce.
Ma ascoltiamo un po’ l’album.
I buoni passaggi come Back To The Farm, folk-rock cristallino e spensierato, cui verrà aggiunto il testo in Love Your Spaceman, o come St. Leroy, sono oscurati da fastidiose sovrapposizioni vocali, o semplicemente da tracce precedenti e successive a dir poco solipsistiche.
La struttura dei brani è quasi sempre caratterizzata da schitarrate sporchissime e ripetitive (Another Man’s Blood, Go Down First, Substitute Heaven, Peacock…), oppure da pezzi di pessima qualità sonora (Surveillance, More Hot Dogs Please), che non riescono ad attecchire con la scusa:“ma è lo-fi…”, prendendo invece l’aspetto, in tutto e per tutto, di riempitivi per far arrivare il disco alla mezzora.
Ulteriormente incomprensibili sono poi tutti quelli espedienti sperimentali che fanno capolino qui e là per l’intero album: feedback vari, collage ed effetti elettronici (sentire Prince Alphabet), il demenziale intermezzo di Fascination Attempt o più semplicemente la delirante You Drove The Snake Crazy.
Insomma, Spaceman Was A Rocker non riesce a costituire l’ennesimo lustro alla carriera di quello che in ogni caso rimane un grande artista, rimanendo, nella migliore delle ipotesi, un divertissement ad uso privato.
Ma non disperate, accaniti fan di Robert Pollard, il suo secondo album datato 2008 è già in circolazione…
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