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R Recensione

7,5/10

Solki

Peacock Eyes

Amo i dischi sfrontati. Quelli che non hanno paura di niente. Quelli che giocano con l’ascoltatore, ne titillano i sensi fino allo sfinimento e poi ne distruggono ogni certezza. Se poi, per assurdo, chi ha in mano le redini del gioco decide di dotare le regole di una sintassi pop, ecco che viene giù il finimondo. Serena Altavilla descrive il pavone non come uccello superbo e maestoso (a vederlo da vicino, in una mia recente vacanza, io avrei usato esattamente queste parole), ma come un insicuro volatile che trascina a fatica la sua ingombrante coda come Cristo con la croce sul Golgota, un animale disperatamente e permanentemente bisognoso delle attenzioni e dell’amore della sua sprezzante compagna. Metafora interessante, intelligente e dritta al punto: esattamente come le canzoni di “Peacock Eyes”, secondo disco studio per i pratesi Solki a tre anni da “Sleeper Grele”.

Alessandro Fiori, al mixer e alla strumentazione accessoria (harmonium, violino), è l’arma aggiunta al triumvirato Altavilla-Maffucci-Grambassi (“two guitars and drums / we always do the same”, si direbbe ad altre latitudini) e – anche se la scrittura essenziale e lo-fi dei Solki è spesso lontana dagli sbilenchi lampi dadaisti dei Mariposa – il suo tocco è ben riconoscibile. Un brano come “In A Bounce”, nella sua semplicità, è semplicemente sbalorditivo: il gattonare flower punk four-chords-only delle strofe si divarica in un ritornello post-grunge che si avvita su sé stesso, fa un salto carpiato di tonalità (un colpo da maestro assolutamente inaspettato, geniale) e atterra in piedi, perfettamente integro, verso una conclusione cinematica al ralenti. Ancora celluloide, quella di un inquieto lento in penombra con qualcosa dell’ultima Shannon Wright (il crooning elettronico della title track), di una Nouvelle Vague elettrica (“Jealous Girl”) e di un vaudeville su più registri (per densità polifonica, “Wriggled Arms” è l’inno agli anni ’90 che Petrina non ha ancora scritto), prima che l’urlo del noise rock terrorizzi anche l’occidente (“Fuck Youth”), i synth-punk in levare prendano il sopravvento (“Empty Bag Jellyfish”) e Serena innervi di spinta teatralità gli ingranaggi di una macchina rock che accelera e decelera senza preavviso alcuno (“Puddle”).

L’etichetta che viene utilizzata per riassumere l’essenza dei Solki, dream punk, non mi piace affatto, ma – come spesso succede – rende l’idea: il viaggio, qui, è stralunato, potente e conciso (cristologia per cristologia, i minuti sono trentatré), senza un solo secondo superfluo. Tant’è che, allo scorrere dell’elegia conclusiva (“Little Planner”), la domanda che rimane è una sola: quando il pavone perde la coda, è sollevato per essersi tolto un impiccio o disperato per non saper più come impiegare la propria esistenza?

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