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R Recensione

6,5/10

The Love Language

The Love Language

Ci risiamo. Stuart McLamb, da Releigh, North Carolina, è un giovanotto professionalmente instabile (è lui a raccontare l’allontanamento dal suo ex-gruppo, The Capulets, causa intemperanze sul palco e non solo), sentimentalmente peggio (è lui a raccontare di bottiglie di birra lanciate contro il muro durante i litigi con l’ex), che trova il riscatto nella musica. Storia già sentita. E già sentita è pure la musica. Ma è gradevole. E tanto basti.

In pieno boom di indie pop lo-fi a stelle e strisce, la soluzione di McLamb (perché di one man band si tratta) è deviante solo per una maggiore contiguità, piuttosto che con la scena inglese dei primi Novanta, con le tradizioni americane country-folk, sopra cui si distende un brusio di fondo costante e spaventoso, ad aggiornare – sporcandoli – i suoni. L’ascendenza autoctona è percepibile soprattutto in certe linee vocali molto sixties, oltre che in uso insistito, spesso quasi cabarettistico, del pianoforte (vedi primi Walkmen).

Sicché non è assurdo parlare di piano-bar per le sonorità sbilencamente sentimentali di pezzi come “Two Rabbits”, in apertura, o “Nightdogs”, dove spetta a una sporchissima chitarra ricamare riff che spostino la scenografia dal bar alla bettola di terz’ordine zeppa di ubriachi. È proprio questo romanticismo ebbro a caratterizzare l’intero disco, e a depotenziarne la carica rock sciogliendola in un miscuglio di Beatles, Kinks e country da motel.

E così abbondano ballate semi-serie, sempre stracolme di feedback, sbilanciate verso la parodia dalla voce filtratissima di McLamb (che in “Sparxxx” tocca, in qualche urlo – quello finale in primis – , uno stile molto alla Casablancas) e dai cori sbrilluccicanti e vintage. E l’abuso esasperato del tamburello riporta il tutto dentro canoni folk: esemplare il ¾ pastorale di “Manteo”.

La zona migliore del disco, in compenso, è senza dubbio quella in cui la sponda stilistica è uno svaccatissimo garage rock: “Lalita” è la punta di diamante dell’album, guidata da un riff zozzo di riverberi e da arpeggi distorti memori dei Pixies migliori, oltre che da un ritornello memorabile. Simile aria si respira nella corale “Providence” e in “Sparxxx”, che ricordano molto certe cose west-coastiane dei Thrills e dei Little Joy.

Ed ecco che Stu McLamb, coniugando pop, rock californiano e americana fritta nella distorsione, ha trovato il riscatto. Storia già sentita. Musica già sentita. Ma gradevole. E tanto basti.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 17:36 del 6 marzo 2009 ha scritto:

Dopo aver sentito il primo brano e metà del secondo stavo per sparare il votone. Poi il disco, gradevolmente, si assesta su lidi non nuovi.

fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 17:34 del 25 novembre 2009 ha scritto:

RE:

Sì Sì, lidi non nuovi bla bla bla, intanto "Two Rabbits" e "Lalita" sono due delle canzoni più belle dell'anno. Brutti cessi ascoltate 'sto disco!!!