So.Lo
Galvanica [EP]
Non è questione di bon ton: quando si ha fra le mani un disco in formato fisico, gettare lo sguardo oltre la copertina, fino ai ringraziamenti, è prassi che svela più di mille parole. Faticate a crederci? Nelle note di “Galvanica”, i So.Lo citano, in ordine, Stefano Scattolin, Father Murphy, Lucertulas e Kelvin tra gli altri. Vediamoli nel dettaglio. Il primo è un nome destinato a rimanere sconosciuto nell’immaginario collettivo ma, per chi ha dimestichezza con il fertile alveo post-core che ribolle a Treviso e dintorni, potrebbe forse ricordare una personalità ad esso vicina. I sospetti sono fondati: è il bassista degli Elettrofandango. Secondi e terzi infuriano, sempre in zona, tra scheletrici drappeggiati e assalti al fulmicotone, matrice punk nel cuore gentilmente interpretata in chiave dark o virulentemente noise. Per gli ultimi bisogna saltare un po’ indietro nel tempo e un po’ a sud come provincia, quando Padova era il terreno di guerra per staffilate acutissime e sevizie soniche (lo è ancora? lo sarà ancora?): precisa dichiarazione di guerra raccolta da nuovi discepoli.
L’inusuale formazione mista a due genera una serie di sospetti, in parte ingiustificati, in parte poi effettivamente avallati dall’ascolto dei brani. Per il secco minimalismo della proposta, l’impressione generale è di avere per le mani novelli White Stripes dell’indie noise, alle prese con i primi recording e con una capacità di songwriting scorticante nella sua immaturità. Elvis Marangon, voce e chitarra, pare costruisca da sé effetti, pedali e distorsioni che coloriscono le incrostazioni della sei corde: il battito di Ilenia Conte è anch’esso povero, scarno, attraversato da una certa anarchia ritmica relativamente indipendente dalle decostruzioni melodiche. L’obiettivo “sopra i centottanta secondi è merda” è trasgredito solo da “Kirchoff”, grigio post-punk esistenziale urlato e vissuto come una tirata hardcore, e la fragorosa “Hands”, che per scansione, senso della posizione, uso degli armonici ed incastri strumentali fa per un attimo rivivere i Redworms’ Farm degli esordi. A questo servono gli EP: dare un’anticipazione di ciò che verrà, senza commettere l’errore di compromettersi troppo. In “X-Man” rivivono i Sonic Youth frastagliati dagli stop&go, “TTB” pare quasi un inedito degli Altro, “3/4” viene scartavetrata a singhiozzo e piacerebbe moltissimo come accompagnamento di un corto a caso di Richard Kern, ma l’insieme è ancora poco coeso e finanche intransigente. Con l’aggiunta di un basso, probabilmente, sarebbe stato già tutto un altro lavoro.
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