V Video

R Recensione

5/10

ALT-J

This Is All Yours

Premessa (più o meno doverosa)

E’ ormai tempo di dire come stanno le cose. Fummo i primi in Italia, tanto su carta quanto sul web, a scoprire le potenzialità e a tessere le lodi di questa giovane formazione inglese, prima dei vari premi (Mercury Prize 2012) e prima che più o meno tutti (Pitchfork escluso, in aperta controtendenza) salissero sul famoso carro del vincitore, compresi coloro che all’inizio snobbarono con saccente spocchia il loro primo album, il fortunatissimo An awesome wave.

Il vincitore infatti, prima del riconoscimento su vasta scala delle loro prime gesta, c’aveva genuinamente colpito per una formula sonora (almeno all’apparenza) nuova, originale benché non esclusiva, abbinata ad un’innegabile abilità nel tirar fuori melodie fluide e sempre valide a dispetto della macchinosa elaborazione sonora con la quale si presentava.

La formula prevedeva ritmo lento e balbuziente, batteria scarna ed essenziale (livello: principiante alla terza lezione privata), elettronica minimale, tastiere e campionamenti decisi ma eleganti, linee di basso morbide e avvolgenti, cantato stridulo dalle deliziose derive soul,  stratificazioni di cori gregoriani dalle sfumature pastello e una chitarra relegata a semplicissimi ma accattivanti riff, perlopiù in secondo piano.

Niente di totalmente esclusivo e rivoluzionario dicevamo, specie quando dopo varie discussioni vennero fuori prepotenti i riferimenti ai Tv on the Radio, ai Wild Beasts, fino all’hip pop elegantemente destabilizzato tipo quello dei cLOUDDEAD. La cosa che però balzò subito alla nostra attenzione fu l’incredibile sequenza di brani validi all’interno di un album d’esordio di giovanissimi, tutti pezzi degni di nota e tutti perfettamente amalgamati all’interno di un album che quando visto poi eseguito dal vivo si capì prestarsi divinamente ad essere fruito come concept, quanto meno emotivo. Un piccolo capolavoro insomma, eletto disco dell’anno dalla redazione di Storia della musica nel 2012 e al quale il quartetto di Leeds/Cambridge, nel frattempo orfano della biondissima frangetta di Gwil Sainsbury, il bassista all’occorrenza seconda chitarra, partito per imprecisati lidi, prova oggi a dare un degno seguito.

Il lancio del disco

Ben tre singoli negli ultimi mesi, uno al mese da giugno, hanno tirato la volata all'uscita del disco, che si sarebbe chiamato This is all yours, composto da pezzi perlopiù scritti durante il lungo e fortunato tour di An awesome wave. Every other freckle, Hunger of the pine e Left hand free, e subito la rete si scatena nel disquisire sul valore degli ultimi prodotti. Da quanto ho potuto percepire io c’è stato un generale senso di insoddisfazione da parte della base, in parte giustificato, in parte no. Giustificato dal fatto che non ci siamo discostati troppo da quanto fatto in passato  (Every other freckle sarebbe pure carina, ma mi sembra un pezzo del primo album, devo solo capire quale), non giustificato se si pensa che qualcosa di nuovo c’è ed è pure valido (Left hand free è il primo reale progresso nel sound della band dove ho ritrovato un pò l’irriverenza dei Modest Mouse mista al groove dei Black Keys di Brothers. Fresco.). Hunger of the Pine sta forse nel mezzo. Grosso tributo ai Wild Beasts, atmosfere minimali in crescendo, campionamenti intriganti (la voce che si ode è quella di Miley Cyrus, che urla “I’m a femal rebel”, dalla sua 4x4) e tutto sommato, una buona riuscita d’insieme. A livello della musica che va di moda adesso.

Il (resto del) disco

Le prime tracce di un album sono fondamentali per la sua riuscita. Puoi avere delle gemme nascoste nelle retrovie ma se non si offre subito in pasto il meglio, è facile perdere molte delle speranza di farle ritrovare. Ammesso che gemme ci siano in quest'album, il mood dei primi 3 momenti (Intro, Arrival in Nara e Nara)  potrebbe seriamente scoraggiare i meno audaci. Tutto molto lento, triste, fin dalla Intro, di quasi 5 minuti, dove i cori fanno più di quanto gli sarebbe richiesto e l'energia tarda ad arrivare, giungendo all'apice, comunque modesto, solo quando elementi di musica indiana (il - solito, infallibile – campionamento di sitar) si combinano con rarefazioni elettroniche e fragorosi battiti su una batteria di latta.

L’arrivo a Nara, suggestiva città Giapponese che fa da leitmotiv al disco, rallentando se possibile ancora di più il ritmo, inserisce note di pianoforte e chitarra che in effetti potrebbero ricordare melodie classiche di quella terra.  Sarebbe a questo punto davvero troppo ascoltare ancora musica tafazzica, ragione per cui ci si aspetterebbe ora la prima scossa vera del disco. E infatti Nara, la terza traccia, comincia con delle campane a morto seguite a breve da cori di Alleluja pre-omelia. Si d’accordo, c’è qualcosa che potrebbe ricordare gli ultimi Talk talk, gli arrangiamenti non sono male, lo stile indie albionico moderno è richiamato abbastanza abilmente (WU LYF) ma…che palle!

In pochi quindi sarebbero arrivati a Every other freckle e Left hand free (il pezzo più valido dell’album, assieme a Hunger of the pine), cuore dell’album e primi momenti un po’ più frizzanti, se giustamente non fossero stati fatti uscire in anticipo come singoli. Ancora Giappone in The Gospel of John Hurt e nell’intermezzo Garden of England (che a dirla tutta, sembra una classe di elementari alle prese con il saggio di flauto di plastica); un coro di monaci scocciati introducono la mite e piatta Warm Foothills mentre il fantasma di Jeff Buckley aleggia su Pusher, momento totalmente acustico, chitarra e voci, dell’album. Bloodfood part. II si propone come proseguimento del brano già presente nel disco precedente, guarda caso il più nippop (e il meno valido) della precedente avventura. Chiude Leaving Nara, in un tripudio di cori impalpabili affogati in una nube di lenta ritmica elettronica.

Tutto questo successo ha messo tristezza agli Alt-J, che invece di sfruttare l’hype e il vasto riconoscimento ottenuto e fare quindi il disco del bottino pieno, ripiegano sull’introspezione di stampo giapponese dal discutibile impatto, tanto commerciale quanto emotivo o semplicemente musicale. Stanchi e poco (forse male) ispirati, già al secondo disco. C’era d’aspettarselo ma si sperava in una smentita, purtroppo non pervenuta. 

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 16 voti.
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creep 6,5/10
target 4,5/10
elisa14 7,5/10
zebra 8/10
B-B-B 7,5/10
Lelling 7,5/10

C Commenti

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REBBY alle 10:12 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Beh, avevano dato 4,8 al precedente... Dovrebbero occuparsi solo di musica americana eheh

Franz Bungaro, autore, alle 15:07 del 23 settembre 2014 ha scritto:

...si si, stavolta temevo solo ricicciasse fuori la scimmia dei Jet!

Gio Crown (ha votato 7 questo disco) alle 17:07 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Severo, molto severo il recensore.

Io credo che la novità di questo lavoro sia proprio l'introspezione e la dolcezza dei brani (arrival in Nara) altrimenti sarebbe solo una prosecuzione del primo (every other freckle potrebbe essere collocato in quell'album, senza spezzarne il filo). E' tutto lì, io credo, nella riecerca di una ispsirazione nuova pur mantenendosi fedeli al sound originale. Che qua e la esce fuori anche se sotto diversi arrangimenti (Hunger of the pine)

hanno provato a discostarsiun po' dal primo disco. Forse perchè fusi dal tour desideravano riflettere su stessi e le proprie sensazioni...pur esseno sicuramente meno emozionante del primo (appunto era il primo! e si differenziava da altre cose sentite allora!) lo trovo altrettanto coinvolgente.

Lo stile è quello solo il tono è un po' dimesso. Nel complesso buono

Sor90 alle 17:43 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Fra i commenti alle stelline (santo subito chi li ha ideati) di SdM c'è "Presa per il c..." che equivale a 1. Ecco, io non voglio essere così cattivo, anche perchè non siamo a quei livelli, ma il mio pensiero è proprio quello. Non so cosa sia successo agli Alt-J in quest'anno, ma la sensazione che questo sia un disco buttato lì tanto per è molto forte. E gli indizi sono molteplici: quest'intervista ad esempio http://consequenceofsound.net/2014/07/alt-j-says-new-single-left-hand-free-will-appeal-to-american-truckers-with-good-riddance-to-bin-laden-stickers/, mentre le tue orecchie sopraffine sono state in grado di trovare ascendenze nobili (quando si dice che è la critica a dare significato all'opera criticata) e la cosa bella è che alla fin fine risulta anche gradevole, "Garden of England" che fantozzianamente definirò una "cagata pazzesca" (Franz sei stato molto più politically correct e al tempo stesso incisivo di me nella descrizione) e che penso loro stessi non possano prendere sul serio... l'eccessiva presenza di cori ("ooooh" per interi minuti è un'offesa all'ascoltatore, ma magari qui sono troppo estremista io). Due idee in croce portate all'estremo (tipo la parte finale di "Intro", magari usata in maniera diversa sarebbe stata una variante interessante di "Taro" (mentre la prima parte è un mezzo plagio di "End Come Too Soon" dei Wild Beasts nella progressione melodica). Come dici tu, gli arrangiamenti, i suoni, i bassi profondi, ci sono, manca tutto il resto.

"Every Other Freckle" è tipo "MS" mixata con "Fitzpleasure" e infatti è fra le cose migliori (meglio qualcosa di già sentito a 'sto punto) ma anche qui ci devono infilare quei "flauti di plastica" (cit.).

"Choice Kingdom" ha una parte melodica molto bella a cui fa da contraltare due minuti di "Choice-King-dom, ooooh choice-king-dom", come la chiamiamo se non presa per il culo?.

"Hunger Of The Pine" vede nel sample di Miley Cyrus la cosa più interessante, per come si inserisce nella metrica (ma perchè Miley Cyrus? Altra operazione di marketing? Gioco con la cultura pop? Forse mi sto spingendo troppo in là con le elucubrazioni). Visto che sto scrivendo il mio post più cattivo di sempre, voglio evidenziare qualcosa di positivo. Non so se è per disperazione o per meriti reali, ma la pur piatta seconda parte si risolleva un po'. Ci saranno pezzi folk sui generis ma almeno non avverto quella sensazione che mi si stia prendendo per i fondelli ("Pusher" forse è il pezzo che preferisco, non garantisco sulla durata). "Bloodflood part II" non me la spiego, qual è il senso di questa operazione? (Comunque non sono d'accordo sul fatto che fosse il pezzo più debole dell'esordio, il lavoro sui vocalizzi lo trovo splendido).

Va bè chiudo: di tutto quello che c'era degli Alt-J, delle trovate in produzione (tipo il coro di bambini in "Bloodflood", pure quello correva il rischio di essere definito cazzata, non fosse stato in quel popò di disco) sono rimaste, appunto, solo le cazzate, in mezzo a probabili scarti del disco precedente e prese per il culo. E loro ne sono consapevoli. Ripasso per il voto. Scusate la logorrea ahahah

Sor90 alle 17:51 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Ah, Pitchfork in questo caso (in realtà non solo in questo) dovrebbe andare "a raccogliere le olive" come si dice dalle mie parti. Per loro il problema è che il disco fa parte di una certa corrente, di un certo modo di intendere la musica che non dovrebbe esistere, probabilmente. Peccato, perchè per molto altro è un ottimo sito.

Lepo alle 18:52 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Pitchfork è il male, praticamente sta facendo perdere ad una generazione di ascoltatori tutta la musica migliore che sta uscendo... Detto ciò, a me già non piaceva il primo degli alt j, mi sa che questo lo salterò del tutto visti i vostri giudizi

Sor90 alle 18:57 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Boh dai, sulla musica americana non vedo lacune. Mi sono perso qualche mancanza clamorosa? (ovviamente il fatto di essere così di parte è di per sè una mancanza, però alle roba inglese spesso ci arrivano, con ritardo, ma ci arrivano).

Per il disco, direi proprio di si, data la premessa.

Lepo alle 19:12 del 23 settembre 2014 ha scritto:

La musica americana ok in effetti... Per "perdere" intendo dire che quando ripetutamente smonti una scena fai sì che all'ascoltatore medio non venga voglia di ascoltare i dischi provenienti dalla stessa (giustamente d'altronde, con il mare di proposte che ci sono, perché andarsi ad impelagare con dischi che vengono valutati come mediocri?). Essendo la rivista musicale più famosa del mondo a livello indie è quella che può plasmare di più il pubblico medio, che non è come noi musicofili incalliti, che ci andiamo a leggere svariate recensioni, di svariate riviste sullo stesso disco, soffermandoci nel dettaglio sulle ragioni che hanno portato ad esprimere un determinato giudizio, spesso e volentieri l'utente/lettore medio va a malapena oltre il voto...

Sor90 alle 19:18 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Si, capisco il tuo ragionamento. La speranza è che l'ascoltatore non incallito non faccia troppo caso alla provenienza della musica. Certo che la controparte inglese (della stampa musicale), tipo NME, è anche peggio ahah

Lepo alle 19:23 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Trovi? A me sembra invece che sia un minimo più equilibrata... Più che altro pompa tantissimo i propri talenti, ma sullo smontare la scena americana non mi pare che sia così sistematica e lapidaria (per lo meno NME, che è la rivista che seguo di più di quelle inglesi)

Sor90 alle 19:31 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Non smonta sistematicamente gli americani, ma trovo spesso che i voti e i giudizi siano inaffidabili, specie sulle "glorie" nazionali. Un po' come la storia eterna della "next big thing". Anche questa non è "professionalità", non saprei chi scegliere... Per fortuna, come hai detto tu, le voci sono più d'una. Non c'era un thread su quest'argomento? Sarebbe interessante

Lepo alle 19:42 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Sinceramente non so se ci sia un thread, sarebbe una discussione interessante in effetti!

Jacopo Santoro alle 20:03 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Devo ammettere che spesse volte passo su Pitchfork, leggo, e poi vado ad ascoltare solo i dischi da loro valutati sopra (o ampiamente sopra) la sufficienza. Quindi il discorso che fa Lepo regge per un non "musicofilo incallito" come me (di certo musicofilo, ma non così incallito). Travolto, come tutti, da un oceano di proposte, per questioni di tempo devo necessariamente scremare queste enormi acque. So che è sbagliato, o chissà superficiale, affidarsi a Picci in questo modo; ma, in generale, li reputo come fonte assai attendibile (però sempre dietro Storia della Musica ).

Dr.Paul alle 21:22 del 23 settembre 2014 ha scritto:

mi fido di voi e salto l'ascolto! abbasso pitchfork, da qualche anno sempre meno affidabile!!

kota alle 13:00 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Scusate l'OT, ma trovo molto interessante la discussione sui siti di recensione. Oltre a SdM, sapreste consigliarmi qualcosa di affidabile? Visto che Pitchfor, a quanto pare, spesso e volentieri è parecchio "di parte". Grazie!

kota alle 13:01 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Scusate l'OT, ma trovo molto interessante la discussione sui siti di recensione. Oltre a SdM, sapreste consigliarmi qualcosa di affidabile? Visto che Pitchfor, a quanto pare, spesso e volentieri è parecchio "di parte". Grazie!

Franz Bungaro, autore, alle 13:59 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Una domanda apparentemente banale ma che nasconde un mare di considerazioni. Per quanto mi riguarda, oltre alle riviste cartacee (che mediamente, non sempre, hanno uno spettro più ampio di discussione e dovrebbero garantire maggiore qualità del risultato: le italiane per me sono Blow up, Mucchio e Rumore, in ordine d'importanza)...per il resto vado su Pitchfork, CoS, Spin e Popmatters). L'obiettivita però non ce l'ha nessuno, e' un concetto che mal si concilia con lo scrivere di musica. Un buon metodo e controllare regolarmente i siti delle Label che ti piacciono e ascoltare tu in prima persona la musica , e farti una tua idea...

kota alle 15:19 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Grazie per la risposta. In effetti l'imparzialità su certi argomenti è difficile da mantenere, però la faziosità di Pitchfork e NME di cui leggevo in giro, forse è meno presente su altre testate. Darò un occhio sicuramente a quelle che mi suggerisci, e continuerò col caro vecchio confronto incrociato.

Sor90 alle 20:57 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Fai un salto sul thread che ho linkato qualche messaggio più su, li ci sono molti nomi di webzine interessanti!

futuroalt-j (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:46 del 26 settembre 2014 ha scritto:

Leggo critiche a Choice Kingdom da parte tua ed avendo letto molte recensioni e commenti in questi anni so che sei un grande estimatore dei Wild Beasts (come me del resto). Volevo quindi chiederti cosa ci trovi in Deeper di cosi tanto superiore a Choice Kingdom visto che la critichi per la sua eccessiva compassatezza..

Scusate ma oggi ce l'ho per tutti ahah..

Sor90 alle 20:56 del 29 settembre 2014 ha scritto:

Ah mi ero perso questa risposta! Beh, direi che "Deeper" ha tutt'altra inventiva sonora. Se possiamo descrivere entrambe come "compassate" (non che questo sia necessariamente un problema), non si può dire che entrambe abbiano lo stesso lavoro sui fraseggi di chitarra (il timbro di Thorpe lì è fra i più peculiari), sull'inventiva alle pelli non ne parliamo (elemento che manca clamorosamente in molti pezzi di "This is all yours". Soprattutto la linea vocale, in "Choice Kingdom" è per metà, mi arrischio a dire, sciatta (prima della bella seconda parte) mentre in "Deeper" è compiutissima nella sua asciuttezza. Non è neanche fra le mie preferite, tra l'altro. Credimi, avrei preferito dover spendere parole di elogio per gli Alt-J, con tutto il cuore...

adrianavernice (ha votato 2,5 questo disco) alle 18:22 del 23 settembre 2014 ha scritto:

Non per essere cattiva, ma credo che gli Alt-J abbiano fatto qualcosa di moralmente scorretto e la punizione che si sono autoinflitti per espiare il proprio peccato sia "This is all yours".

Franz Bungaro, autore, alle 10:39 del 24 settembre 2014 ha scritto:

Non avevo visto l'8 secco di NME...si profila una guerra tra "i due mondi" quindi...penso che siano esagerati entrambi, e che come al solito, i più equilibrati (e affidabili) siamo noi...

http://www.nme.com/reviews/alt-j/15628

hiperwlt (ha votato 5 questo disco) alle 19:10 del 24 settembre 2014 ha scritto:

Ottimo Franz a parlarne in questi termini. Sophomore che palesa una necessità di ricerca e di crescita nelle dinamiche del sound, ma che fallisce miseramente nella transizione - come, senza dilungarsi, spiega lo scritto. La gestalt ne esce oltremodo a pezzi: confusa, ancorata a quest'idea di levità e insieme tormento (orientale) di cui non si sentiva la necessità e che rivela tutti i limiti di un gruppo che, nell'esordio, aveva sapientemente giocato sugli assi della complessità compositiva ed estrema semplicità espressiva. Quando il mood è quello dell'esordio gli Alt-J brillano (nei fatti solo in un episodio: "Every Other Freackle" - non a caso splendida, tra i miei pezzi dell'anno: con tutte le qualità dell'esordio e un testo molto "I Wanna Be Yours"), altre volte centrano la struttura ("Nara", "Intro"; anche "Left Hand Free" che, lo si dica, seppur sia un buon pezzo perde assolutamente significatività per il modo in cui è stata inserita), sì, ma è solo un'illusione in un mare di approssimazione, approssimazione resa "art", e soprattutto noia. Involuzione netta, insomma.

futuroalt-j (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:06 del 26 settembre 2014 ha scritto:

Mah io sono rimasto piacevolmente soddisfatto di questo album.. Le vostre critiche e quelle del recensore sono legittime perchè ognuno prova sensazioni diverse e sente dentro di se emozioni particolari all'ascolto di quella che tutti noi chiamiamo musica. Però non riesco a concepire cosa ci trovate di brutto nei primi tre pezzi ad esempio. Sono la colonna portante del disco, l'Intro è un progressivo crescendo di suoni tutti ottimamente amalgamati, Arrival In Nara è una delle più dolci introspezioni folk degli ultimi anni, e Nara è tanto particolare quanto complessa. Inoltre a chi dice che Bloodflood part II sia la copia di Bloodflood penso proprio che non abbia ascoltato la traccia del nuovo disco. Ne riprende infatti solo piccole parti del testo e qualche accordo, per il resto è una traccia completamente nuova.

Comunque sia sebbene la cosa sia soggettiva non mi sembra assolutamente un disco da 5, non condivido per nulla la recensione mi dispiace..

Franz Bungaro, autore, alle 12:21 del 26 settembre 2014 ha scritto:

"a chi dice che Bloodflood part II sia la copia di Bloodflood penso proprio che non abbia ascoltato la traccia del nuovo disco." e chi l'ha detto scusa?

futuroalt-j (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:39 del 26 settembre 2014 ha scritto:

Bloodfood part. II si propone come proseguimento del brano già presente nel disco precedente, guarda caso il più nippop (e il meno valido) della precedente avventura.

Forse ho frainteso, ma ho notato un tono leggermente dispregiativo leggendo questa tua affermazione nella recensione. Mi è parsa come se tu volessi dire che non migliorava niente rispetto alla parte I e che quindi in un certo senso non era necessaria.

Comunque voglio charire che non condivido QUESTA tua recensione ma come recensore in generale ti trovo molto adatto. Forse la mia eccessiva adorazione verso gli Alt-J mi fa rispondere troppo male a coloro che li odiano..

Franz Bungaro, autore, alle 12:46 del 26 settembre 2014 ha scritto:

ecco , nessuno ha però detto che ne è la copia però. Poi il resto può anche essere come scrivi tu. Non so cosa comporti l'essere adatto a fare il recensore, scrivere di musica è la cosa più facile al mondo (perchè i dischi ti parlano, poi tu devi solo -trovare il tempo di - scrivere quello che senti) ma allo stesso tempo la più difficile (non metterai mai tutti d'accordo). Comunque ti ringrazio e non te la prendere. Anche io adoro gli ALT-J, nonostante questo disco non mi sia piaciuto tanto. Confido in un terzo disco migliore. Capita anche ai migliori.

Sor90 alle 12:51 del 26 settembre 2014 ha scritto:

"Mi è parsa come se tu volessi dire che non migliorava niente rispetto alla parte I e che quindi in un certo senso non era necessaria." Eh. L'hai detto tu, ma è come se l'avessi detto io Qui nessuno odia gli Alt-J, comunque, men che meno io (o Franz)

REBBY alle 12:32 del 29 ottobre 2014 ha scritto:

Masssi, avrei fatto meglio a fidarmi di Franz (e di Sor ed Hyper)...

Chissà, magari il bassista era fondamentale per la "chimica" della band.