R Recensione

7/10

Atlas Sound

Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel

Bradford Cox, ventiseienne esponente della scena indie-post punk della georgiana Atlanta, lascia, pare solo temporaneamente, la band dei Deerhunter, con i quali nel 2007 ha realizzato Cryptograms, per dar vita al progetto solista Atlas Sound. L’album, composto da quattordici tracce, s’intitola Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel ed è uscito nel febbraio del 2008 per la Kranky.

Viaggio terapeutico e catartico, panacea contro tutte le patologie psicosomatiche dalle quali Cox è stato affetto fin dall’infanzia, la più seria delle quali è probabilmente la Sindrome di Marfan (disfunzione di origine genetica dei tessuti connettivi, che tra gli altri effetti provoca una crescita abnorme degli arti; si dice ne fosse affetto, per esempio, Joey Ramone), il disco è intriso di autobiografismo, a cominciare dall’immagine in copertina: non credo sia possibile resistere al pensiero che quel ragazzino col volto criptato, a dorso nudo e gracile in mezzo a due adulti che gli tengono addosso lo sguardo, compunto e premuroso insieme, sia lo stesso Cox bambino.

Ed è dall’infanzia che comincia il viaggio in musica di Cox : la prima traccia, A Ghost Story, è la registrazione amatoriale della voce di un bambino che racconta la storia del fantasma Charlie, si suppone, ai genitori, dei quali sentiamo le affettuose espressioni di incoraggiamento in sottofondo, con la mamma che fa pure il verso (“uuuuh!”) del fantasma. Il bimbo incespica nelle parole e farfuglia come tutti i bambini che hanno da poco acquisito l’uso della comunicazione verbale, e poi a questa vocina incerta subentra un drone freddo e lancinante che prosegue sino alla fine del brano. Ricordi gelidi e sconsolati di un’infanzia tra fantasmi, non solo fiabeschi, e solitudine, genitori che forse ora non ci sono più, forse lo hanno lasciato solo, come gli amici, nella corsia dell’ospedale dove a sedici anni Cox è stato ricoverato per un intervento chirurgico multiplo al torace e alla schiena.

A questa solitudine corrispondono anche le scelte stilistiche e di genere musicale dell’artista: se l’abum Cryptograms e l’EP Fluorescent Grey dei Deerhunter raccoglievano elementi di krautrock, psych, shoegaze, ambient, post-punk e indie rock, qui Cox restringe di molto il campo, rinuncia ad ogni scomposto spasmo noise e dà vita a un bedroom pop che oscilla tra ambient e avant-garage. Sono queste infatti, nell’intendimento dell’autore, le coordinate sonore più adatte ad esprimere le varie gradazioni dello stato meditativo in cui sprofonda la mente in un’assolato pomeriggio estivo tra sonno e dormiveglia, quando i pensieri vagano liberi a rovistare soprattutto nel proprio passato interiore. Cox vede se stesso prima bambino, poi adolescente turbato e confuso in Recent Bedroom, brano che prima simula una cadenza di valzer e poi lascia libero sfogo agli stridori della chitarra elettrica e ad un’ossessiva batteria, ed infine giovane uomo alle prese con le prime vere delusioni d’amore in Cold as Ice.

Cox guarda a ritroso dentro la propria anima e, al contempo, sperimenta musicalmente: in Quarantined samplizza un tamburo dello Zimbabwe chiamato mbira, e stende il tintinnio di campanelli dal Ghana sulle tracce di chitarra e batteria: l’ambiente è quello dell’ospedale, i temi sono l’abbandono da parte degli amici e una metamorfosi incompiuta: “sto aspettando di essere cambiato”, (“I am waiting to be changed”).

L’album è dedicato a Lockett Pundt, chitarrista dei Deerhunter nonché suo migliore amico, del quale Cox utilizza un sample di riff di chitarra elettrica in Cold as Ice. E qui si chiude la prima metà dell’album, il “lato A”, se fosse un vinile. Finora lo sguardo del narratore si è mantenuto lontano e distaccato. Da Scraping Past in poi questo stesso narratore si fa più attento, tocca temi amorosi, indugia a osservare i meccanismi delle interrelazioni nelle coppie di amanti. Ma il lamento resta il tema dominante in tutto l’album. L’autore racconta di mali inflitti alla propria psiche, al proprio corpo, dagli altri e da se stesso (in Bite Marks, per esempio, dove ci parla di cicatrici di ferite che si è provocato da solo). Tale lamento, tuttavia, è reso con lievità e delicatezza; definitiva conferma di ciò si ha nel penultimo brano, Ativan, nel quale viene ripreso il glockenspiel del primo brano A Ghost Story, unito all’organo e alla mbira, per ottenere un’atmosfera ambient molto vicina agli esperimenti di psichedelia elettronica degli Orb.

I testi, quando ci sono, sono ridotti al minimo, semplici e ripetitivi, spesso adombrati dai decibel sovrastanti degli strumenti. Parole nude, ingenue, ma umane come quelle pronunciate dalla voce lacrimosa e sconfitta di Cox, che nella propria tristezza trova una quasi trionfale esaltazione: così bisbiglia lentamente in Small Horror: “Stringimi, anche se non può importarti di meno” (“Hold me even though you couldn’t care less”).

Provocatore punk con i Deerhunter,  stravagante showman in esibizioni dal vivo dove il caos allo stato puro prodotto dalla band affogava nel kitch dei suoi costumi in stile simil-vittoriano, spregiudicato e ripugnante tanto da piazzare nel proprio blog foto del prodotto delle sue sedute sulla tazza del wc (eh sì, anche la “merda d’artista” segue i propri corsi e ricorsi storici...), Cox si spoglia ora di tutto questo ingombrante armamentario e sperimenta nuove tecniche compositive, basate in primo luogo sull’utilizzo di loop assemblati con il proprio laptop.

Il primo album solista di CoxAtlas Sound è una turbinosa rassegna di elementi tra loro discordanti, ma riesce comunque nell’impresa di comunicare una visione unitaria, come oggetti grafici disgiunti che si combinano a formare un’immagine. Il risultato è un album concretamente solista, non solo perché ovviamente realizzato da una sola persona, ma anche perché la solitudine è tangibile, e si esprime in forma di malinconia e tic maniacali.

Ciononostante, Cox riesce a consegnare al pubblico un prodotto piuttosto convincente. Solo ad un primo ascolto il disco può apparire come un indistinto collage di elementi disomogenei, ma poi si scopre come questo patchwork musicale trovi una propria intrinseca coesione. Per rendersene conto, basta ascoltare lo stilizzato techno beat in 4/4 di Winter Vacation, o i loop di mbira in Quarantined, o le insistenti rullate di River Card. Non si sarebbe mai detto che elementi tanto diversi, e tecniche compositive non meno difformi, potessero produrre un insieme sonoro così ben organizzato. E piacevole.

V Voti

Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 3 voti.
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loson 8/10
REBBY 6/10

C Commenti

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GiudiceWoodcock (ha votato 1 questo disco) alle 16:37 del 27 febbraio 2008 ha scritto:

bleah

GiudiceWoodcock (ha votato 1 questo disco) alle 19:28 del 27 febbraio 2008 ha scritto:

Ma cos'avrà voluto dire? La procura nomini al più presto un interprete, per favore.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 13:28 del 28 marzo 2008 ha scritto:

Ascoltato oggi. Un buon disco, senza dubbio. Magari un pò troppo dispersivo... La recensione però è splendida. I miei complimenti, Carlo!

loson (ha votato 8 questo disco) alle 13:28 del 28 marzo 2008 ha scritto:

Ascoltato oggi. Un buon disco, senza dubbio. Magari un pò troppo dispersivo... La recensione però è splendida. I miei complimenti, Carlo!