R Recensione

8/10

Band of Horses

Everything All the Time

Se io dico Seattle ed aggiungo SubPop chiunque abbia più di 13 anni, ed abbia ascoltato un po’ di rock in vita sua, penserà subito ai Nirvana ed al fenomeno grunge. Ma quello purtroppo è il passato, il grunge è svanito nel 1994 e del post-grunge è meglio non parlarne. Ora negli Stati Uniti , ed in molti casi negli studi della label di Bruce Pavitt, si aggirano invece giovanotti barbuti con camicie a scacchi, dall’aspetto burbero ma dalle voci bianche e soavi.

Per comodità chiameremo “bearded rock” questo fantomatico movimento musicale del quale fanno parte gruppi come Fleet Foxes, Grand Archives, Band of Horses ed artisti solitari come Samuel Beam (Iron & Wine), Justin Vernon (Bon Iver),  Ray Lamontagne e molti altri. Poniamo come inizio di questa improbabile storia il 1995, anno in cui si formarono i Carissa’s Weird, gruppo dalle cui ceneri Matt Brooke e Ben Bridwell nel 2004 creeranno i Band of Horses.

Peculiarità sonora del bearded rock, e dunque dei padrini Band of Horses, è l’abilità di miscelare un’attitudine grezza e istintiva, probabile eredità del grunge, ad una sapiente e fruttuosa ricerca della melodia. Everything All The Time del 2006 è il loro disco d’esordio e si apre con “First Song”, una cascata elettrica dove la voce di Bridwell emerge per brevi proclamazioni sfidando apertamente il concetto di melodia. Il ritmo si fa più pressante e le chitarre s’infiammano per la successiva “Wicked Gil”, mentre Bridwell si lascia andare ad un cantato meno nervoso e frenetico.

Our swords”, atipico pezzo basato su di una salda e tesa sezione di basso/batteria precede la bellissima “The funeral”, brano manifesto del disco: prima un delicato arpeggio, la voce discreta e sussurrata di Ben e poi improvvisamente un tripudio elettrico, mentre il cantato di Bridwell diventa un grido disperato e poi ancora calma e di nuovo tempesta...

L’atmosfera si rilassa decisamente con la successiva “Part one”, che insieme ad “I go to the Barn…”, “Monsters” e “St. Augustine” va a formare una delicata quaterna di ballate acustiche dove l’amore per Neil Young si palesa definitivamente. Con “The great salt lake” la fiamma riprende vigore e le elettriche di Ben e Matt c’introducono in un pezzo dove la melodia e il rumore convivono magicamente.

Weed party”, giocato in un continuo inseguirsi tra chitarre e voce, risulta essere il brano più solare dell’intero disco. Certo, questo movimento forse resterà solo un fenomeno di nicchia, forse anche i magnifici Fleet Foxes si ripuliranno come i Kings of Leon per inseguire il successo di massa, per ora io mi godo questi magnifici dischi e continuo a coltivare la mia poca barba e le mie camicie a scacchi.

V Voti

Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 7 voti.
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Zorba 10/10

C Commenti

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fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 21:56 del 21 aprile 2009 ha scritto:

Grande Patrizio. Bella recensione e disco decisamente sottovalutato ... Sulla Sub Pop fai attenzione che in giro c'è gente con idee un po' bislacche (vedi recensione Tricky - Maxinquaye)

farmerjohn, autore, (ha votato 8 questo disco) alle 12:43 del 22 aprile 2009 ha scritto:

Io sono tra quelli che non cercano la sperimentazione a tutti i costi nella musica, quindi secondo me la SubPop ha sfornato bei dischi anche post-cobain, oltre a quelli gia citati, ci sono gli Shins, The Postal Service , Wolf Parade ecc., saluti Pat