R Recensione

7/10

Blood On The Wall

Liferz

Quando parliamo dei Blood On The Wall, trio di musicisti proveniente da Brooklyn, parliamo di rock sporco, diretto, di pancia, rumoroso e impetuoso; senza troppe vie di mezzo e con ben poche pretese filosofiche, semplicemente con molta voglia di rendere onore ad una tradizione che vuole il rock come una spontanea danza liberatrice carica di rabbia, violenza e rumore.

Gli ispiratori non vogliono neanche per un instante risultare celati, perché si tratta proprio di un tributo a questi “grandi” del passato, idolatrati dal gruppo per mezzo del loro sound schietto e tagliente.

Si parte quindi da un attitudine hardcore di matrice ‘80s, da una presa in prestito del noise dei Sonic Youth e del rock alternativo dei Pixies, per poi impossessarsi dell’attitudine punk dei Drive Like Jehu e di alcune pose stoner che conferiscono una letale ruvidità al sound complessivo.

E da qui si capisce quindi cosa ne può venir fuori: un calderone di schitarrate al fulmicotone miste a rallentamenti cavernosi tipicamente anni ’80, urla rabbiose e distorsioni ruvide e travolgenti.

Si parte con Hibernation e The Ditch, dittico di battiti pesanti e cadenzati, assoli fugaci e un mare di ruvidi riff che non possono non travolgerci nei loro gorghi maledettamente sinuosi. Liferz appare ora come un derivato dei due ma con un aggiunta incredibile di rabbia, conferita dalla voce schizzata del cantante e da riff molto più serrati e impietosi, a cui si aggiungono i fulminei tocchi da maestro del batterista e della chitarra solista. Lightning Song è il primo chiaro omaggio a Pixies e Sonic Youth, con quel basso ripetitivo accarezzato dalle note della chitarra elettrica e sospinto dal lento incedere della batteria, il tutto completato dalla voce trascinata di Brad Shanks.

Junkee…Julieee…e Rize danno il benvenuto a sonorità post-punk, in bilico tra sfogo adolescenziale e frenetico intimismo, tra exploit chitarristici ai limiti del nervosismo schizzoide ( Junkee…Julieee…) e ritmi sincopati sposati a liriche semi-declamate (Rize).

E poi ovviamente si riprende con il rock duro e puro di Go Go Go, The X e Turn Around And Shut Up, pezzi tiratissimi e abrasivi, quasi mai lasciati liberi di andare oltre il minuto e mezzo, memori della più diretta semplicità espressiva ed esecutiva del punk, per non parlare dell’alt rock altamente elettrificato di Sorry Sorry Sarah e dell’ultimo inno distorto ed ipnotico da “meglio gioventù” sonica.

Seppur derivativo il lavoro si presenta sincero, appassionato e non privo di spunti interessanti, primo tra tutti la riproposta di un purismo rock in un’epoca di macchinari elettronici e tentativi più o meno radicali di distaccamento dalle origini.

Qui invece le radici ci sono, e ben salde, cosa capace di far felici nostalgici ma anche più semplicemente chi non è capace, da buon rockettaro, di resistere ad una classica formazione chitarra basso e batteria che sa fare il suo sporco lavoro come si deve.

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Voto degli utenti: 5,5/10 in media su 2 voti.
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