R Recensione

7/10

Castanets

City of Refuge

Las Vegas è una scomoda macchia grigia scintillante di neon colorati nel bel mezzo del nulla. Circondata dall’arido deserto del Nevada e fiancheggiata dal Grand Canyon, la città può suscitare istinti ambivalenti in chi vi si avventura: da una parte chi gioirà della sua abbondanza lussureggiante e lasciva contrapposta alla desolazione cocente del paesaggio circostante; dall’altra chi invece, mischiando moralismo e pulsione ascetica, rimarrà disgustato da tanta falsità e ipocrisia, rifuggendo in questo modo nel deserto, luogo senza dubbio ostile ma forse più umano del mondo di plastica appena abbandonato.

Questa deve essere sicuramente stata la reazione del giovane barbuto Raymond Raposa, hipster girovago dall’età di 15 anni, dedito ad un folk-country di matrice psichedelica, alla scoperta, in questo suo nuovo City Of Refuge, di una solitudine opprimente, di una noia mortifera ed oscura, di un abbandono delirante agli scherzi di una mente sconvolta da sostanze varie e massiccio isolamento.

Una stanza di motel, una chitarra, birra, whisky e qualche ospite (illustre peraltro:Sufjan Stevens, Scott Tuma, Dawn Smithson…) ed il gioco è fatto: abbiamo un album paranoico, malato, un folk desertico permeato di noia esistenziale, dai tratti scheletrici ed essenziali. Ciò che trapela dall’ascolto è una narcolessia alcolizzata ed accaldata, capace di intorpidire i sensi con una stretta acida lenta ma inesorabile.

Si tratta poi di un disco estremamente frammentario nella forma, nonostante il filo rosso degli elementi appena enunciati riesca a mettere un minimo di ordine al tutto.

Quello che voglio dire lo si capisce ascoltando i primi due brani dell’album: il primo è una rapida intro di chitarra elettrica, un semplice motivo d’inaugurazione; segue poi il primo di tre intermezzi elettronici, assolutamente fuori luogo a livello stilistico, nei quali dominano disturbi e pulsazioni elettroniche minimali, frutto soltanto, forse, dell’ennui dell’artista e della morbosa e delirante ricerca di sfoghi alla chiusura mentale auto-imposta.

Ma ecco che con The Destroyer inizia ad apparire ciò che dona all’album un innegabile fascino: un brano al rallentatore, quasi colloso, nel quale dominano arpeggi mesti di chitarra e riverberi vari. Si tratta ancora di una sorta di conclusione del trittico iniziale che, completando la prima Celestial Shore e interrompendo bruscamente High Plain 1, va però ad introdurre quella che è Prettiest Chain. Questa giunge come una reprise del precedente ascolto, ma ecco finalmente la voce febbrile di Raposa trascinarsi lungo tutto il brano, sempre più denso e attraente, seppure fondamentalmente minimale.

Refuge 1 è il capolavoro dell’album, un perfetto incrocio tra country e Black Heart Procession, una tenebrosa e inquietante istantanea di desolazione e pazzia, un reiterarsi ossessivo del verso principale del testo, una narcolettica cavalcata dove domina una bonaccia impietosa, rinvigorita soltanto da episodiche impennate delle chitarre.

The Quiet aggiunge a quanto finora ascoltato un senso permeante di psichedelia in stile Spacemen 3, disorientandoci ulteriormente se quella che stavamo cercando era l’uniformità stilistica.

Inutile dire a questo punto che non è questo da cercare, non è a livello formale che bisogna dilungarsi. Pezzi come Glory B, sorta di pezzo intimista alla John Frusciante in depressione, sono autonome presenze all’interno di miriadi di disturbi (High Plain 3 e 2), di country bucolici e falsamente rilassati (I’ll Fly Away) e di schitarrate spagnoleggianti e latine (The Hum).

Lo stesso discorso vale per le conclusive Savage, Shadow Valley, Refuge 2 e After The Fall, sempre alla ricerca del più assoluto torpore, con toni maggiormente orrorifici di qua (The Savage) ed elettrici di là (Refuge 2).

Il finale ci fa cadere sul morbido, ma il punto è proprio il fatto che siamo caduti, ed è questa caduta ad essere esaltata e veicolata dall’album nel suo complesso. La struttura dei pezzi sembra essere fatta apposta per farci perdere la strada maestra indicandoci scorciatoie inattendibili, vicoli ciechi che ci costringono a tornare più di una volta indietro.

Nonostante la macchinosità di tutto questo, colpevole di rendere arduo un totale “ingresso” in City Of Refuge, lavoro scomodo e scostante per natura, le sensazioni suscitate sono di indubbio valore, così come lo è il talento di Raymond Raposa.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 3 voti.
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rael 7/10
cielo 7/10

C Commenti

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simone coacci alle 23:01 del 11 novembre 2008 ha scritto:

Recensione davvero eccellente per un gruppo di cui conosco solo i pezzi che girano su Last.Fm.

Inebriante comunque. Nel bene e nel male.