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R Recensione

7/10

Clap Your Hands Say Yeah

Only Run

Istrionici rappresentati del revival wave americano, tra i primi casi -assieme ai britannici Arctic Monkeys- di fortunata autoproduzione ed intelligente utilizzo del web, i Clap Your Hands Say Yeah, nonostante l'acclamato debutto, non hanno avuto una carriera brillante. Incastrati in una formula invecchiata troppo in fretta e ostentatamente riproposta per anni, avrebbero potuto scomparire nel nulla senza che nessuno se ne accorgesse.

E invece no. A tre anni di distanza dall'ultimo Hysterical, i nostri tornano con un lavoro maturo e inaspettato, approdo ad un suono più elaborato e austero, saturo di influssi dreamy e stratificazioni sonore. Spogliatasi del chitarrista/tastierista Robbie Guertin e del bassista Tyler Sargent, la band rinasce nell'accoppiata Ounsworth-Greenhalgh. Factotum il primo, valido braccio destro -parti electro e programmazione delle ritmiche- il secondo.

Da anarchico e picaresco, il sound del duo si scopre solenne e compatto, dotato di una forte vocazione spaziale. La produzione del duo è tanto curata da contribuire ad una vera visione d'insieme: dalle parti elettroniche, ai trattamenti di patterns ritmici e modulazioni atmosferiche, fino alle chitarre sfrigolanti e sature, il suono complessivo è condensato in un elegante equilibrio tra grazia e rumore, alternando soppesata magniloquenza e convinta introspezione. La prima “As Always” inaugura come si deve questa mutazione sonora: linea di synth grassa, beats massicci, ricamo chitarristico dolciastro che si trova a solcare un fittissimo coacervo texturale. Anche la voce di Alec Ounsworth rinuncia alle acrobazie, pur non perdendo la sua patetica plasticità, mai sopra le righe nel contribuire all'armonia d'insieme. Si continua con l'electro-pop di “Blameless”, tanto semplice nella struttura (drum machine più strati sintetici sullo sfondo), quanto efficace nello sviluppo melodico, passando per la scura cavalcata di “Coming Down” (che vanta come ospite d'eccezione Matt Berninger dei National), fino a citare i Radiohead di Kid A in “Beyond Illusion” e a sfornare un vero goiellino indietronico come “Impossible Request”.

Only Run è un album con una sua precisa identità, e questa è la sua più grande forza. Pezzi come “Only Run” o “Cover Up”, nelle loro rispettive declinazioni, condividono un medesimo lirismo dolente, un mood crepuscolare ed enfatico. L'aria che si respira nei dieci pezzi dell'album è -a suo modo- frizzante e viva. Le impressioni sono quelle di una ritrovata ragion d'essere, di cui questo album è il primo invitante frutto.

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