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R Recensione

3,5/10

Css

Donkey

Non mi sembra per niente necessario introdurre il nuovo disco dei Cansei de Ser Sexy, band brasiliana già conosciuta per l’esordio omonimo del 2006, con la classica dissertazione riguardante l’origine del genere, le sonorità scomodate dal recente passato e i numerosi artisti da cui, direttamente o indirettamente, i nostri CSS possono aver tratto ispirazione. Vi basti sapere, visto che siamo nel 2008 e a certe cose abbiamo fatto ormai il callo, che si tratta di indie-rock, quell’abusatissimo pseudo-genere che sembra aver definitivamente abbandonato ogni ambizione artistica per accontentarsi di riproporre le pose che vanno a costituire l’archetipo moderno del giovane rocker. Si tratta, per dirla tutta, di giovanotti modaioli che si ostinano a voler apparire alternativi (“stanchi di essere sexy” la traduzione del nome del gruppo, tutto un programma insomma…), facendo uso di atteggiamenti strafottenti e distaccati e sfoggiando quel tipico mix di aggressività sbarazzina che dovrebbe dar l’idea di gente emancipata e che ha capito un sacco di cose sulla vita.

Tralasciando però questi particolari di stampo “sociologico”, passiamo alle caratteristiche prettamente musicali. La cosa che più infastidisce, diciamolo subito, è l’uso improprio dell’elettronica, in grado di costituire niente più che un accozzaglia di fronzoli senza alcuna importanza strutturale, dei vuoti ornamenti con l’unico scopo di agganciare l’orecchio dell’ascoltatore medio con motivetti catchy e tanto, troppo, alla moda. Tutti i brani dell’album, a parte rare eccezioni, non fanno altro quindi che alternare jingle di sintetizzatore a riff affilati di chitarra, il tutto di chiara matrice british ovviamente, senza dare alla cosa alcun contributo personale. Jager Yoga, Rat Is Dead (Rage), Give Up e I Fly sembrano fatte con lo stampino, tra le pose vocali maliziose della cantante e le chitarre sempre ben in mostra. Ci tocca ora passare in rassegna il secondo troncone di brani, quelli in cui (ahimè) si fa più massiccio l’utilizzo dell’elettronica: Let’s Reggae All Night, forse la più indegna di tutte, con quel suo incedere funkeggiante e il suo inappropriato invito al ballo sfrenato per tutta la notte (…), Left Behind, con quella linea di synth che con la sua nulla originalità stanca già dopo pochi secondi, Move, ennesimo aborto discotecaro e Believe Achieve, filastrocca figlia delle peggiori Peaches. Il pezzo che meno di tutti turba le nostre orecchie è Beautiful Song, che con il suo azzeccato motivetto è capace di ricordare i nostrani Cat Claws (gruppo di tutt’altra caratura, va detto), sfoggiando una frizzantezza ancora abbastanza genuina da non costringerci allo skip più brutale.

Il punto è questo: non è impossibile sviluppare qualcosa di buono partendo dall’indie. Pensiamo a gruppi come i Vampire Weekend o i Pete and The Pirates, i quali, sebbene con risultati non certo sconvolgenti, hanno comunque saputo convogliare il genere verso una rielaborazione personale almeno in grado di divertire; prendiamo poi i risultati decisamente più significativi ottenuti dai Wild Beasts o dai Late of The Pier…Insomma, tutto questo per dire che il disco è bocciato, mi si scusi per i toni poco oggettivi ma continuando a scimmiottare manieristicamente post-punk, Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs ed elettro-pop, non si fa che togliere spazio a progetti ben più dignitosi e ammirevoli.

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Voto degli utenti: 3,3/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 3 questo disco) alle 21:59 del 16 settembre 2008 ha scritto:

Il primo disco era già spazzatura innominabile. Questo non so neanch'io perchè l'ho ascoltato. Ebbene, ho avuto la conferma che si è potuto fare di peggio.