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R Recensione

7,5/10

Daughter

Not To Disappear

Negli ultimi fotogrammi del Decalogo quarto la ventenne Anka aspetta alla finestra, indifesa dai dubbi di una vita. Le ore e i minuti d’un tratto bruciano. Scorrono via come luci intermittenti al neon di un vecchio cinema d’essai. Ed è in una glaciale penombra d’attesa che sale, lentamente, una coltre di loop e synth dalle vaghe reminiscenze trip-hop, con un mesto arpeggio acustico a introdurre un soffio di voce che sa di Cat Power sadcore, espressivo, appartato, di ondivago e irrisolto vivere: “cerco nuovi modi per sprecare il mio tempo” è un forma-mentis che sa spiegare bene, senza fumose metafore a buon mercato, l’anima contrastata delle liriche di Elena Tonra, cantante/autrice dei londinesi Daughter. “New Ways”, posta in apertura di questo secondo capitolo che segue di tre anni il promettente esordio “If You Leave” (un’eternità, relazionato a un’epoca di famelici lupi social alla quotidiana caccia del prossimo hype da lucidare in bacheca), dischiude con i suoi chiaroscuri landscapes da confessionale dark-pop e lo scintillio shoegazing delle chitarre di Igor Haefeli tutta l’universalità intima e lunare dei quasi 50 minuti di “Not To Disappear”.

Invisibile al mondo, non al cuore: quella del trio formato dalla Tonra con il compagno swedish-born Haefeli e il percussionista d’Oltralpe Remi Aguilella è una malinconia di lieve e infinita tristezza in cui è facile perdersi. Potremmo associarli a molti degli indie-pop acts germogliati nelle ultime caotiche annate (un certo minimalismo XX, l’ariosità dreamy dei Beach House, la Bat For Lashes più eterea e/o multiforme) ma significherebbe fargli un po’ torto, poiché i Daughter hanno dalla loro un’indubbia capacità evocativa, di “personale” sintesi del proprio illustre bagaglio pop-rock. Dopo l’uscita dell’ep “The Wild Youth” (parliamo del lontano 2012, come passa il tempo) sembrò apprezzare perfino quella vecchia lenza di Letterman, quando di fronte alla timida e remissiva Elena se ne uscì con una battutaccia extramusicale degna del Brignano meno ispirato. “Take the worst situations, make a worse situation” ci sussurra adesso la Tonra, forse ancora memore dell’ospitata al Late Show, mentre le note uggiose di Igor l’accompagnano nell’introspettivo pop da camera di “Numbers”. La songwriter di origini italo-irlandesi indossa i suoi rarefatti testi di problematiche familiari (il crepuscolo segnato dalla malattia di “Doing The Right Thing”, qualcosa che interiorizza i Cure dei 17 secondi con il post folk dei Low: “I have lost my children, i have lost my love, i just sit in silence, let the pictures soak out of television…”), di lucida auto-analisi nella solitudine (“I hate dreaming of being with you, terrified with the lights out”, l’atmosferico electro/dream-pop “Alone/With You”) e fallibilità dei rapporti interpersonali (l’incalzare indietronico/Radiohead della breve “No Care”) con spietata nudità, come un fragile e nobile diadema. Prendete il singolo “How”. Con il suo visionario portamento pop/shoegaze (“How come their stars distant into daylight?”) in una realtà indie-mainstream di giuste opportunità sarebbe una hit di rara classe e fascinazione. Ma il meglio è nella doppietta finale, dove “Not To Disappear” (egregiamente missato e prodotto dallo stesso Igor Haefeli, con Nicholas Vernhes, nel newyorkese Rare Book Room Studio) marca un sostanziale scarto rispetto alle precedenti release, riservandosi due dei momenti più incisivi del cinemino al neon Daughter: “Fossa” e il poetico outro di “Made Of Stone”, (magnifica) ipotesi di un Jeff Buckley trasfigurato 4AD.

La prima è un mid-tempo wave che sfiora i sette minuti e trascolora gli Arcade Fire dentro un’epica progressione psych alla Deerhunter (con Will Sergeant a disegnare spazi e orizzonti, fate conto), un'aerea cavalcata pop corroborata da frasi definitive quanto brutali nella loro sincerità come “I said too much, said the wrong thing…” Il gioiellino in chiusura, infine, ricerca e abbraccia il desiderio di varcare quel muro “invisibile” che separa l’essere dall’apparire, l’instabilità dei sentimenti dall’indecifrabilità umana. E’ qui che lei vede finalmente Michal, scende in strada e, con un grido liberatorio, chiama suo padre: osservato in controluce l’amore più profondo non sarà mai una verità insignificante, fatta di pietra o di lettere abbandonate. Persiste in noi, nonostante tutto, chiara e intellegibile. Non scompare, dolce Anka. “You’ll find love kid, it exist.”      

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