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R Recensione

8/10

Devendra Banhart

Mala

Durante una comune serata losangelina, l'estro bohemien di un giovane girovago americano, che lì stava suonando vecchie e sognanti note folk, colpisce l'attenzione della fidanzata dell'ex leader degli Swans, al quale arriverà presto un cd firmato Devendra Banhart che gli farà girare la testa. Il cantante riandrà ad ascoltare Devendra, e gli permetterà di registrare un disco. L'artista neonato si trasferisce a New York e inizia un ascesa che arriva fino a qui, a Mala.

Che ne è di quel Devendra Banhart ? C'è chi direbbe che si sia dato alla moda, e che abbia lasciato il mood da vagabondo che sempre lo aveva contraddistinto: i capelli e la barba lunga che tanto facevano pensare all'atmosfera da mistico indiano che il suo nome tramanda, di quando ce lo trovavamo a suonare A Sight to Behold. C'è chi invece, ascoltando Mala, dice che le cose non siano cambiate affatto.

Quest'ultimo si sbaglia, è ovvio. Mala è innanzitutto un disco tutto homemade, registrato con strumenti di convenienza, squisitamente fai-da-te. Eppure questo non sembra trasparire neanche al quinto, o al sesto ascolto. Perché Mala non è un disco che si può ascoltare una volta e abbandonare in soffitta. E' un disco che va riascoltato, e ogni volta ci dà lo stesso calore della prima volta, sin da quell'incipit etereo che è Golden Girls, preludio a quello che forse è il vero titolo maestro dell'album, che è la meravigliosa Daniel. Con Fuer Hildegard Von Bingen siamo già lontani da What Will Be, e si dichiara una nostalgia per l'utero materno della prima produzione, frutto di una ponderata riflessione. L'ironia di Never such a good things ci stringe nel cammino che porta dritti all'esperienza spagnola di Mi Negrita, immancabile presenza banhartiana, memore degli onnipresenti ricordi di Caracas della biografia dell'autore.

Your fine petting duck è una perla: non solo in essa si trovano toni parodici sul tema che forse più ha ispirato Devendra nella composizione dell'album, e cioè la sua relazione con la fotografa serba Ana Kras (Mala è "tenero" in serbo), ma ci possiamo catapultare con la più grande delle esperienze inattese in un ambient dance totalmente 80s. E giù con i sussurri di A gain, fino a Hatchet Wound dove, tra le altre cose, si nota comparire per ben due volte il suono di arrivo messaggio di Facebook (come a dire non solo "economia delle parole", cosa che Devendra ha dichiarato fin da subito, ma anche dei suoni). L'appena accennata Mala è solo l'eco dell'addio serio e onirico di Won't you come over.

Probabilmente Mala è un disco in solitaria, da lasciare per ore a ripetizione, in sottofondo. Ma è anche un disco che coglie alla sprovvista, perché continuamente multiforme, che in tutta la sua essenzialità tende sempre ad un nucleo che in realtà non esiste affatto. Ed è' l'ennesimo perfetto contributo di un artista che si è con gli anni tessuto addosso un'immagine variopinta e sconnessa, ma ricca certo di infiniti spunti.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 9 voti.
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Dr.Paul 5,5/10
Gio Crown 7,5/10
ethereal 7,5/10
REBBY 5,5/10

C Commenti

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salvatore (ha votato 8 questo disco) alle 14:01 del 6 aprile 2013 ha scritto:

Davvero un gran bel disco, come scrissi tempo fa nel forum: si passa dalle irresistibili melodie pop di "Never Seen Such Good Things", "Won't You Come Over" o "Hatchet Wound", al sentito intimismo folk della strumentale "The Ballad of Keenan Milton" e della bellissima - anche a mio avviso, apice dell'album - "Daniel" che condensa in 3 minuti malinconia, bellezza, dolore e fatalità, passando, ancora, per il divertissement doo-wop/dance (!!!) di "Your Fine Petting Duck", il funk di "Für Hildegard von Bingen" o la nostalgia latina di "Mi Negrita"...

Un calderone, insomma, tutt'altro che confusionario, nonché prova tra le più riuscite di Banhart.

Non tanto capisco la freddezza diffusa con cui l'album è stato accolto un po' ovunque...

Tra gli ascolti più belli di questa prima parte dell'anno!

nebraska82 alle 10:20 del 8 aprile 2013 ha scritto:

un discreto lavoro, si era un po' perso dopo le ottime cose dell'inizio, non riuscendo più a emergere tra i tanti cantautori che affollano la scena odierna. bravo.

Gio Crown (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:15 del 16 aprile 2013 ha scritto:

"E' un disco che va riascoltato, e ogni volta ci dà lo stesso calore della prima volta" Ecco è prorio così che mi sono avvicinato a questo album di Devendra, il secondo, che ascolto. Mi ha rapito come il precedente "What will be"..io non lo conoscevo, ne ho letto la recensione qui e decisi di ascoltarlo. Allora mi colpì per l'atmosfera scanzonata della sua musica...forse non lo prendo che la serietà che gli è dovuta, ma a me Devendra mette allegria come queste magnifiche giornate della tardiva primavera romana che prelude al calore estivo. Ecco Devendra è in bilico tra la fresca brezza primaverile e il caldo vento estivo quello che spira dal mare verso sera e ti dà l'idea dell'estate! E questo album non ha tradito le aspettative che avevo, avendo apprezzato What will be. Non saprei descrivere le emozioni provate meglio di quanto abbia fatto il recensore nella sua analisi. Lo ringrazio perchè le sue parole mi hanno permesso di comprendere le sensazioni che mi dà questo album.

Jacopo Santoro (ha votato 6,5 questo disco) alle 14:27 del 23 maggio 2013 ha scritto:

Carino.

redskin78 (ha votato 9 questo disco) alle 12:10 del 2 gennaio 2016 ha scritto:

A me è piaciuto molto, lo trovo originale ed eclettico