R Recensione

7/10

Frightened Rabbit

The Midnight Organ Fight

I Frightened Rabbit sono uno di quei gruppi che appena li senti esclami: “ma questi sono senz’altro americani!”

E in effetti si rimane oltremodo sorpresi nell’apprendere che non lo sono. Vengono da Selkirk, alias Scozia, e sono al secondo album dopo il discreto esordio Sing the greys del 2006. La loro è una ricetta abbastanza semplice ma molto accattivante: un incrocio tra indie-pop tragico (Okkervill River dei tempi d’oro, ossia di Blacksheep boy), spigliato (Shins) e talmente frizzante da diventare travolgente (la grandiosa lezione dei Neutral Milk Hotel). Tutto ciò viene centrifugato e mischiato con un rock tipicamente americano alla Counting Crows, oltre che con un indie-wave stile Bloc Party (qui c’è forse lo zampino di Peter Katis, già al lavoro con gli Interpol).

È questa la soluzione chimica che rende brani come The modern leper, Old old fashioned terribilmente accattivanti. Head rolls off e Keep yourself warm testimoniano come il gruppo ami alzare anche i toni con leggere sfuriate soniche noise e martellanti ritmi wave. Il risultato è che spesso ci si trova di fronte a un pop “colto” che potrebbe anche fare invidia agli Arcade Fire. D’altronde è anche vero che spesso il cantato eccessivamente melodrammatico di Scott John Hutchison, un misto tra un Chris Martin volontariamente sgraziato e l’Adam Duritz di A long december e Colorblind, diventi alla lunga leggermente irritante per la sua mono-espressività claustrofobica.

Forse è anche questo il motivo per cui i bozzetti pop-folk da songwriter (alla Bright Eyes in Poke, più elegiaci e spalmati con i Bloc Party in My backwards walk) non convincono appieno. Così come se una ballatona come Good arms vs. bad arms, pur puzzando di già sentito (Counting Crows su tutti), riesce ad appassionare e scaldare per un momento il nostro cuoricino, già con The twist si comincia a storcere il naso (e non certo per la sezione ritmica in stile 80s che compare all’improvviso a metà del pezzo) mentre arrivati a fine ascolto il pop drammatico-romantico di Floating in the forth risulta abbastanza glabro e scevro di emozioni.

Nonostante una certa ridondanza allora forse è meglio affezionarsi alla frenesia stile Frog Eyes-Neutral Milk Hotel di I feel better, ma soprattutto allo splendida intro di chitarra che apre Fast blood, probabilmente il pezzo che i Coldplay avrebbero voluto come singolo nell’assai deludente X&Y. Difficile allora dare giudizi negativi di The midnight organ fight, perché pur essendo pienamente inserito in una tradizione sonora da cui è difficile uscire con trovate inventive e pur mostrando qualche limite qualitativo di troppo, il disco appare comunque sufficientemente addentro sia al panorama indie sia al cosiddetto revival wave, ossia due stili che nel bene e nel male hanno caratterizzato buona parte di questi ‘00s.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 4 voti.
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Cas 7/10
REBBY 6/10

C Commenti

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Mr. Wave alle 16:54 del 12 giugno 2008 ha scritto:

prendo nota dell'album, vista la mole di generi musicali, gruppi sopracitati che personalmente apprezzo [Bloc Party, Arcade Fire, Interpol, Counting Crows, Okkervill River] e dell'interessante commistione di stili. Complimenti per la recensione

Nivasio Dolcemare (ha votato 8 questo disco) alle 1:12 del 6 giugno 2010 ha scritto:

Ottima recensione.

Peasyfloyd, autore, alle 2:31 del 6 giugno 2010 ha scritto:

grazie Gordon